Greek-ish di Georgina Hayden
Uno dei quadri che preferisco rappresenta l'incoronazione di un re, avvenuta al cospetto di ospiti selezionati: tre santi, Gesù e Maria e un esercito di angeli in gran spolvero, con le ali fresche di parrucchiere e le vesti blu delle domeniche in paradiso. Fra loro, uno tiene le braccia conserte: noi moderni penseremmo ad un gesto di autodifesa, invece no. A quel tempo (alla fine del Medioevo) e in quell'ambiente (l'Europa del Nord), se una creatura divina incrociava le braccia questo significava una cosa soltanto: che stava assistendo ad un miracolo.
Ora, quando sono arrivate le prime impressioni a caldo dallo Starbook, su questo libro, io mi sono immaginata le mie amiche proprio come gli angioletti del Dittico Wilton: con i boccoli biondi, le ali, le cinquanta sfumature di blu e- soprattutto- le braccia conserte: perché i toni con cui veniva commentato questo libro erano simili a quelli con cui si commentano gli eventi miracolosi in diretta. Un libro che affronta in modo nuovo un contenuto antico e lo fa in modo pragmatico, con ricette tanto originali quanto fattibili e un approccio che non ci fa sentire bisognose né di un laboratorio, né di una famiglia numerosa né di un corredo di neuroni quale di norma vien dato in sorte a un premio Nobel, non puó che essere un miracolo, di questi tempi.
A scriverlo é Ed Smith, un ex avvocato londinese che ha gettato alle ortiche codici e parruccone per dedicarsi alla sua vera passione, la cucina. Oggi scrive per le testate piú prestigiose, ha all'attivo qualche premio importante e, soprattutto, é stato scelto per scrivere il primo libro sul Borough Market, il che lo ha incluso di diritto nel Gotha degli chef inglesi che hanno rimodellato lo scenario gastronomico del Paese, da trent'anni a questa parte. Ed Smith é anche l'autore di un blog di successo, Rocket and Squash (fateci un salto, perché merita davvero) e di Crave, uno dei libri che a casa mia transita piú spesso in cucina, proprio perché ha sempre la risposta giusta al "cosa diamine cucino oggi?".
Ora, ovviamente, queste sono solo le premesse: per sapere come evolveranno, bisognerà disincrociare le braccia e mettersi ai fornelli, indossando non piú i panni degli angioletti, ma quelli di san Tommaso. E mentre fantastico su nuove iconografie di santi, con grembiuli e fruste elettriche come attributi (sono le 4 del mattino, vale come attenuante?) vi do appuntamento a domani e a tutti i giorni a seguire, fino alla fine del mese, per verificare con noi se la nostra fede é stata ben riposta o no.
Vi aspettiamo!
Alessandra
Erano quelli i favolosi anni di Bourdain e il suo No Reservation e - soprattutto - quelli di una serie innovativa, unica e irripetibile, che aveva entusiasmato il pubblico britannico prima e quello di tutto il mondo poi: Two Fat Ladies (e solo scriverne il titolo mi riempie il cuore di nostalgia... immaginatevi oggi, che cosa succederebbe), vale a dire Jennifer Paterson e Clarissa Dickson Wright, due splendide signore che, a bordo di un sidecar, girarono per la Gran Bretagna e l'Irlanda, cucinando nelle cucine piú improbabili (persino in quella di Westminster Abbey, grazie alle intercessioni dello zio di una delle due, Arcivescovo dell'abbazia) e recuperando gli ingredienti di una volta, ossia lardo, panna, clotted cream, usati con generosa abbondanza, fra i mancamenti dei salutisti e gli applausi dei sempre piú numerosi sostenitori. La serie si interruppe bruscamente per l'improvvisa morte di Jenny, e questo lasciò un vuoto incolmabile, fra gli amanti dei programmi televisivi incentrati sul cibo.
La proposta di Dave&Simon, che ricalcava il precedente format senza scimmiottarlo, venne quindi immediatamente accettata e si rivelò da subito un programma di enorme successo, capace di raggiungere un pubblico solitamente lontano da questo tipo di programma: i produttori lo definirono "un pubblico difficile", Dave lo tradusse con "le persone normali". Perché, in effetti, il loro modo di parlare di cibo arrivava al cuore delle "persone normali", quelle che non avevano l'allure di una Nigella, l'aggressività di un Gordon, le stramberie delle Fat Ladies. Mentre scrivo, mi sovviene che l' unico programma di cucina che abbiamo guardato tutti insieme - marito incluso - è stato proprio quello degli Hairy Bikers, indipendentemente dagli scenari che ne costituivano lo sfondo: a restare immutato - e a funzionare sempre - era il loro approccio, sincero, diretto, simpatico, ma lontanissimo dalla volgarità o dall' ignoranza, come ben sa chi ha imparato divertendosi, dalle loro serie TV e dai loro libri, tutti impeccabili nella profondità dei contenuti e nella forma.
Lo Starbooks si era già occupato degli Hairy Bikers qualche anno fa, analizzando la monografia dedicata al pollo e alle uova. Questa volta, invece, tributeremo loro il nostro omaggio condividendo le ricette di una delle ultime uscite, dedicata a quel comfort food a cui si torna sempre, dopo ogni viaggio.
L'appuntamento, come sempre, è da domani, per tutto il mese. Con un po' di tristezza, e tanta, tanta nostalgia.
Alessandra
C'era una volta una fattoria, sperduta nella verde campagna d'Irlanda. a dirigerla, una giovane coppia che, oltre a prendersi cura della nuova famiglia, si affaccendava fra l'orto e la cucina, con soddisfazione sempre crescente: al mercato i loro prodotti vanno a ruba, tanto che un bel giorno Myrtha, la giovane sposa, decide di affiggere un cartello al cancello della fattoria, invitando chiunque lo desiderasse a cenare da loro, per verificare anche in cucina il tocco magico delle sue mani.
Era il 1964 e probabilmente nessuno avrebbe immaginato che il nome della fattoria, Ballymaloe House, e di Myrtha Allen sarebbero diventati il sinonimo della cucina irlandese in patria e nel mondo, dando il via ad una vera e propria dinastia al femminile, con Darina prima e Rachel poi. Darina O'Connell é la sous chef di Myrtha e condivide con lei la soddisfazione della Stella Michelin, la prima a brillare nel firmamento irlandese. Quando poi sposa anche il figlio della principale, il passaggio del testimone é praticamente compiuto ed anzi, si replicherà anni dopo, quando una giovane e bellissima Rachel O'Neill varcherà la soglia della scuola di cucina di Ballymaloe per uscirne come terza signora Allen, pronta a sfondare anche nel mondo della TV con una serie di programmi oggi diventati di culto.
Insomma, dire Allen, nel mondo della gastronomia, significa dire "cucina irlandese", come per altro testimonia la fervida attività editoriale delle tre donne, specialmente di Darina e di Rachel. Il nostro Starbook di Marzo é dunque dedicato a loro, nella fattispecie all'ultima fatica di Darina che, dopo essersi concentrata in prevalenza sulla tradizione, ora si sposta su un versante piú ampio, intercettando il bisogno collettivo di una cucina che impegni il giusto, senza inchiodarci per ore ai fornelli prima e al lavabo poi.
A questo proposito, One Pot feeds All, una pentola dà da mangiare a tutti, é un titolo che promette bene, anche in vista della nuova stagione, quella in cui al desiderio di trascorrere piú tempo all'aperto non corrisponde un minor appetito: ben vengano dunque ricette che promettono di creare l'alchimia di cui abbiamo bisogno (solo a me vengono in mente i cresci cresci semolino e le pentole magiche delle favole?), per assemblare pranzi e cene che soddisfino tutti, con poca spesa e molta resa.
Se poi queste saranno promesse vane o formule che svoltano le giornate, lo scopriremo nelle prossime settimane, grazie ai consueti appuntamenti con lo Starbooks che vi terranno compagnia per tutto il mese, a cominciare da domani: tenetevi pronti!
Alessandra
Nik Sharma, Veg-Table
Quando, nel gennaio del 2021, abbiamo riaperto le danze dello Starbook con un libro di Nik Sharma (di cui potete leggere tutto qui), ero una donna che ancora riponeva molte speranze nel futuro. Uscivamo a pezzi dalla pandemia, tutti aggrappati all'imperativo di uscirne migliori: e anche se la retorica ha, sulle mie orecchie, lo stesso effetto delle unghie che stridono sui vetri, a tutto mi sarei aggrappata, pur di venir fuori da quell'abisso: e l'aggettivo "migliori", suonava bene, in tutti i casi,
Nei mesi bui dell'anno prima, la zattera della mia deriva erano stati i libri di cucina. Il resto del mondo faceva il pane, io passavo il mio tempo nella sezione cookbook di Amazon, riempendo il carrello di offerte del giorno, della settimana, del mese, in maniera vagamente compulsiva ma tant'é: l'imperativo, allora, era passare il guado e al resto ci avremmo tutti pensato dopo, una volta arrivati sani e salvi sull'altra riva. Fortuna vuole che i miei acquisti fossero tutti in formato digitale, per cui non occupavano altro spazio che quello, invisibile, della memoria del mio computer . Inoltre, neppure reclamavano di essere letti, sfogliati, adoperati: la finalitá del loro uso era placare le mie ansie e tanto bastava, per farmi ricominciare il giorno dopo e quello dopo ancora, sorretta dalla convinzione che "finalmente", avrei tappato tutti i buchi della mia biblioteca che sarebbe stata, finalmente, completa.
Mai feci errore di valutazione piú grande: perché quando poi, col favore di una ritrovata tranquillitá, ho finalmente affrontato la giungla della cartella "cook book", ho scoperto che tutto quello che avevo acquistato nei mesi precedenti erano doppioni, nei migliori dei casi, robaccia nei peggiori, tutti riesumati dalle cantine di un mercato editoriale che aveva fronteggiato lo stop inevitabile facendo decluttering o piazzando copertine nuove a prodotti vecchi.
Non che ci fosse da restare sorpresi: al pari di tutto il resto, anche il mercato editoriale si era fermato, lasciando sospese pubblicazioni attesissime, tappe di un percorso iniziato in sordina qualche anno prima ma all'epoca scelto come la nuova strada da intraprendere- vale a dire, quella in cui la cucina "scientifica" faceva un balzo in avanti, supportando non solo le tecniche base utilizzate in secula seculorum, ma anche la parte innovativa, della scoperta di nuovi abbinamenti, di nuovi strumenti, di nuovi piatti. Una sorta di "livello pro" che, dopo averci spiegato perché la pastasciutta va cotta nell'acqua bollente, ora ci invogliava a preparla nell'acqua quasi fredda, trattando la categoria delle casalinghe disperate come quella del piccolo chimico e omettendo dalla teoria tutti i principi della vita pratica, il primo dei quali é che se ho 15 minuti per preparare la cena, l'acqua la voglio alla temperatura del centro della terra, grazie.
E comunque, Nik Sharma.
Nik Sharma era uno di questi, anzi: era, probabilmente, la voce piú nuova del coro dei cantori delle nuove frontiere della nuova cucina, colui che aveva riproposto il vecchio concetto di gusto in chiave moderna, dando un senso ai "mi piace/non mi piace"del nostro tempo e riaccendendo le lampadine della nostra curiositá sul tema. Ai tempi, aveva scritto un solo libro, Seasons, e il suo secondo, quello piú impegnativo e che veniva presentato come il pilastro della cucina della svolta, attendeva tempi piú sereni per essere dato alle stampe.
Allo Starbook, ovviamente, si fremeva di impazienza e cosi, quando finalmente The Flavour Equation vide la luce, si decise di partire immediatamente con quello, certi di aver trovato il nuovo Ottolenghi e bramosi di proporlo ai nostri lettori.
Mai previsione fu piú infausta: la buona accoglienza scemó via via, a mano a mano che si proponevano le ricette e anche se una riscosse particolare successo , tanto da venir replicata piú volte, si era ben lontani dagli entusiasmi di sempre. Tanto che, a distanza di poco meno di due anni, neppure noi dello Starbooks abbiamo mai pensato di replicare le ricette di The Flavour Equation, le volte in cui replichiamo i libri giá proposti.
Va da sé che per mesi mi sia interrogata sulle ragioni di questo insuccesso: il libro é bellissimo, uno dei piú belli che abbia nella mia biblioteca e, mi permetto l'azzardo, uno dei piú belli pubblicati nel III millennio. I nostri lettori sono la fascia alta del cosiddetto "pubblico colto", curiosi, intelligenti, recettivi. Le ricette erano riuscite tutte al primo colpo. E allora, perché questo tiepido entusiasmo?
La risposta é in questo nuovo libro di Nik Sharma che, pur mantendo intatto l'approccio innovativo alla cucina, segna una decisa retromarcia, rispetto al precedente: i contenuti sono sempre di spessore, ma siamo lontani dall'ampiezza e dalla profonditá di prima, a cominciare dalla grafica. Laddove The Flavour Equation esponeva teorie in pagine e pagine fitte, qui abbiamo tabelle, colori, disegnini :) che alleggeriscono l'insieme e presentano in maniera piú immediata i vari concetti. Al primo sguardo, insomma, Veg-Table é piú "semplice" del precedente, nella consapevolezza che, fra le conseguenze della pandemia, dobbiamo includere anche un diverso modo di guardare alla cucina: non piú come un laboratorio, ma come un focolare, il centro in cui le tradizioni si incontrano e si irradiano e lo fanno con la potenza della semplicitá di gesti e linguaggi antichi. Il pane, il lievito, le lunghe cotture delle nostre nonne sono state la cifra in cui si é ricapitolata la nostra identitá, nell'annus horribilis della pandemia, facendoci dismettere i panni delle innovazioni per cercare il conforto nei caldi maglioni fatti a mano della tradizione. Questo é, in buona sostanza, il segno sotto cui si é dovuti ripartire e questo é il segno a cui vorremmo ispirare la nostra selezione, nell'anno che ci aspetta, con libri che mettano al primo posto i contenuti e- fatemelo dire- i valori sottesi alla cucina, per riproporli in forme anche nuove, ma sempre rispettose del loro significato e dei loro fondamenti.
Su Nik continuo comunque ad avere un sacco di good vibes, come dicono dalle mie parti, per cui pronti a ricominciare, anche nel segno della sfida!
Alessandra
Rose Lévy Berambaum, The Cookie Bible
Sì, lo sappiamo che s'era detto che fino al 2024 ci saremmo guardate indietro, spulciando le infinite liste delle ricette scelte dai vecchi libri e sempre sacrificate sull'altare di un calendario dai ritmi forsennati. E sappiamo anche che ci siamo trovati tutti bene, in questa formula del tempo lento, graditissima da tutti voi che ci leggete (tanto che sì, promesso, la ripeteremo). Ma il libro che abbiamo scelto per questo Novembre scalpitava dai nostri scaffali da un bel po' e non potevamo lasciarci sfuggire anche questa occasione, con una festa alle porte che "chiama" i biscotti come nessun'altra. Perché The Cookie Bible, di Rose Levy Berambaum, é esattamente quello che promette il suo titolo: la bibbia dei biscotti, descritti con la precisione scientifica a cui questa autrice ci ha abituati con le sue precedenti pubblicazioni (sul pane, sulle torte, sulla pasticceria in genere), rendendole tutte indispensabili a chi pratichi la nobile arte dei prodotti da forno.
Sono ben 12 i titoli dati alle stampe in questi ultimi 30 anni da questa autrice, fra le piú premiate di tutto il panorama mondiale per la profondità con cui affrontano i vari settori del Baking. Dei manuali per professionisti hanno l'approccio scientifico, dei libri di cucina l'aura domestica del "fatto in casa", con un apparato iconografico che invita ad allacciare il grembiule, forti delle minuziose spiegazioni e della dovizia di dettagli. I libri di Rose Levy Berambaum, insomma, "si attraversano", con calma e attenzione, certi però che se qualcosa può andar male, questa volta non lo farà, grazie ai tanti salvagenti che vengono via via offerti e che possono valere per altre avventure, nel mare magnum della pasticceria.
O meglio: fino al suo penultimo libro, questa é stata la regola. Rose é infallibile e se la si segue passo passo, il successo é garantito. Ma sarà così anche questa volta? Troveremo nuove ricette capaci di sorprenderci, abbandoneremo vecchi metodi per seguire i nuovi, sposteremo The Cookie Bible dai ripiani piú alti degli scaffali per tenerlo sempre a portata di mano, come succede con i libri che non ci hanno mai tradito?
Alle Starbookers l'ardua sentenza, da domani, sui vostri schermi!
Vi aspettiamo!
Alessandra
Se ci seguite con costanza, ricorderete che lo scorso Starbooks si è chiuso con un verdetto piuttosto lapidario nei confronti dell'autrice del libro del mese, costretta a pagare lo scotto dell'inesperienza, per essersi cimentata troppo presto con un genere che, a nostro parere, avrebbe richiesto una maggiore maturitá.
Con Sabrina Ghayour, la protagonista dello Starbooks di Giugno, vale esattamente il contrario e questo a prescindere da quale sará il risultato finale: perché se mai c'è una autrice che si è dimostrata sempre all'altezza di tutti gli obiettivi che si è posta, questa è proprio la ex manager di ristorante che, rimasta senza lavoro, ha saputo reinventarsi con il lancio dei suoi Supper Club prima e di Persiana poi.
Era il 2014 e nessuno di noi era preparato a quello che sarebbe successo con questo libro, una reinvenzione della cucina persiana nella sua globalitá senza tradirne i sapori, ma proponendola in forme nuove ed intriganti attraverso le ricette che avevano giá decretato il successo di Sabrina come cuoca, nei suoi eventi privati e che ora venivano condivise anche con chi non aveva avuto l'opportunitá di gustarle alla sua tavola.
A sorprendere, oltre al concept, era la preparazione di questa ragazza, la sua abilitá nel rinnovare dal di dentro, mantenendo intatta la identitá di una cucina millenaria che peró, sotto le sue mani, si apriva a contaminazioni, assorbiva suggestioni, si modificava e si riplasmava in forme nuove ma plausibili nella teoria e convincenti nella pratica.
Persiana fu un successo planetario, riconfermato dai successivi libri: anche se nessuno di questi è stato capace di eguagliare il primo, va riconosciuto che, una volta aperta la strada, il piú era fatto. Con una media di un libro ogni due anni, Sabrina ha pavimentato il suo sentiero, trasformandolo in una via per il successo, tanto da diventare la piú autorevole esperta di cucina persiana contemporanea. Non c'è tematica fra quelle piú urgenti che non sia stata affrontata, con una particolare predilezione per la cucina veloce, celebrata nella penultima fatica, Simply, e ora di nuovo protagonista, in questo Persiana Every Day che, oltre a raccogliere ricette facili e veloci, ribadisce nel titolo un po' auto-commemorativo il ruolo di Sabrina nel panorama degli chef anglosassoni.
Non a caso, dal giorno della sua pubblicazione, qualche mese fa, ad oggi, la critica si è sperticata nelle sue lodi , a conferma del posto fra i grandi che la Ghayour è stata capace di ottenere, al primo tentativo, e di tenersi stretta, poi: all'appello, peró, manca ancora lo Starbooks, mai troppo tenero nei suoi confronti (Baza'ar non ne era uscito benissimo, a dirla tutta) e pronto a giudicare le ricette con lo spirito critico che da sempre lo contraddistingue. Riuscirà Persiana Every Day a cancellare quest'unica macchia sul CV di Sabrina, permettendole finalmente di splendere in tutta la sua sfolgorante bravura nel novero degli autori che amiamo incondizionatamente?
Alle prossime ricette l'ardua sentenza e, mi raccomando, seguiteci!
Alessandra
Di tutti i libri provati qui allo Starbooks, quello che ho sempre associato alla gioia del cucinare è stato In Praise of Veg di Alice Zaslavky, autrice pressoché sconosciuta ai tempi e da allora costantemente tenuta d'occhio, in attesa di un'altra pubblicazione. Che, guarda caso, ha un titolo che da un lato riassume le sensazioni evocate in precedenza e dall'altro mira dritto al vero obiettivo dell'autrice, che è quello di imparare a cucinare meglio, senza mai farsi sopraffare dallo stress e dall'ansia da prestazione.
Se questa impostazione vi richiama alla mente un'altra signora che, oltre vent'anni fa, diceva esattamente le stesse cose, ecco: avete ragione. E ne trovate conferma sin dal frontespizio, dove campeggia a chiare lettere la benedizione di Nigella Lawson, nostra signora della cucina senza patemi, che definisce the Joy of Better Cooking "a rambunctious delight", dove l'aggettivo indica una confusione felice, incasinata, senza pensieri, la stessa che ci ha insegnato lei dalla sua cucina, quando leccarsi le dita o abbandonarsi al piacere degli spuntini notturni nel frigorifero erano la rappresentazione, senza filtro e senza inganno, che cucinare con gioia non solo era la soluzione, ma poteva e doveva diventare la regola.
A ricordarcelo é oggi Alice Zaslavsky, con questo secondo libro che ci invita proprio al "take it easy", rielaborandolo in chiave contemporanea, con ricette che perdonano, anche se si salta un passaggio o si dimentica la bilancia, ma che comunque rispettano i nuovi pilastri della cucina del III millennio, dalla predilezione per le verdure al basso impatto sul pianeta.
Gli ultimi due criteri sono poi "less effort/ high return", ovvero quel "massimo risultato col minimo sforzo" (porca figura, dalle mie parti) che da sempre sostiene chi cucina non per professione, ma per necessitá, oltre che passione.
Il resto, é una trafila di colori, foto luminose, piatti appetitosi, scrittura lieve e divertente che giá abbiamo amato in In Praise of Veg e che ora si trasforma nell'entusiasmo sincero di chi sta per partire per un viaggio con un bagaglio colmo di aspettative.
Sará davvero cosí? Troveremo di nuovo tante ricette da aggiungere al repertorio delle nostre "armi infallibili"? Allo Starbooks, l'ardua sentenza, a partire da domani, per tutto il mese di Maggio.
Vi aspettiamo!
Alessandra
OTTOLENGHI TEST KITCHEN- Extra Good Things
Ormai dovrebbe bastare la parola, qui sopra, per scatenare un tripudio di "sì lo voglio", neanche si trattasse di impalmare il miglior partito del pianeta: perché chi ci segue da tempo sa che Ottolenghi è il nume tutelare dello Starbooks, il porto sicuro, l'unico autore in grado di zittire il nostro spirito critico tirando fuori dal cilindro, ogni volta, qualcosa capace di stupirci e di alzare ancora di più l'asticella della nostra adorazione.
Tuttavia, qualche parola la spendiamo comunque, sul secondogenito di questo nuovo progetto, in cui il nostro è presente "in spiritu" ma che, nella pratica, è affidato a un team di cuochi provenienti da ogni parte del mondo e cresciuti nelle cucine dove si impara a "ottolenghizzare" ogni piatto: "Ottolenghify" è infatti la loro missione, come ci dicono nell'introduzione, coniando un neologismo di cui temiamo gli esiti (certe nefandezze sdoganate dall'Ottolenghi-style gridano ancora vendetta) ma che accogliamo ovviamente con gioia, visto che questo è il verbo che sarà declinato nello Starbook di Aprile. Se Shelf, infatti, era il libro che invitava a cucinare con quello che c'era nei nostri scaffali, Extra Good Things è invece il testo per spronarci a riempirli di nuovo, facendo una spesa all'insegna della creatività e della fantasia, dell'abbondanza e della scelta, pronti a mischiare e mescolare, a rompere legami consolidati per avventurarsi in abbinamenti più arditi, per scoprire che la "via nuova" non solo è più interessante di quella vecchia, ma apre anche molte altre strade, tutte meritevoli di essere battute.
Una partenza in quarta, insomma, con un entusiasmo che è lo stesso che si respira in questa cucina unica al mondo e che ci auguriamo possa regalarci altrettante sorprese: noi iniziamo da domani, fino alla fine del mese e anche se, in tutta onestà, qualche ideina sul come andrà a finire già ce l'abbiamo, vi invitiamo comunque a seguirci, con il fiato sospeso di sempre.
A domani, con la prima ricetta!
Tava, di Irina Georgescu
Irina Georgescu è una cara amica dello Starbooks, dai tempi di Carpathia, il libro con il quale si è affermata come la voce più autorevole della cucina della Romania, nel panorama internazionale. Le sue sfide sono state quelle di chiunque cerchi una mediazione, fra una cultura poco nota difficile da penetrare, primariamente dal punto di vista geografico, e un'altra che tende a fagocitare tutto, nel panorama di ristoranti tutti diversi ma tutti uguali che contraddistingue gran parte dello scenario londinese di questi ultimi decenni.
Irina ci ha provato con Carpathia, con il buon senso di chi sa di dover scendere a patti con i palati degli ospiti se si vogliono avere speranze di riuscire a conquistarli- ed è riuscita nel suo intento. Ai premi e ai riconoscimenti che la sua opera prima ha ricevuto, si è aggiunto un generale attestato di stima che, al di là delle singole ricette, le riconosce il merito di aver abbattuto barriere, con umiltà e competenza: se oggi la cucina rumena è entrata anche nelle case di chi Romeno non è, è anche per merito di questa carrellata di piatti della tradizione che vengono resi accessibili nella loro preparazione e nei loro sapori, senza stravolgerne l'autenticità.
Superfluo aggiungere, a questo punto, che dalle nostre parti aspettassimo da un po' una seconda prova, approdata poche settimane fa sugli scaffali delle librerie di mezzo mondo e da noi accolta con soddisfazione ed entusiasmo, complice il fatto che, stavolta, l'attenzione dell'autrice si focalizzi sullo straordinario mondo dei lievitati e dei dolci che costituisce uno dei pilastri della cultura romena, con le sue strette connessioni con il calendario liturgico e agricolo, a costituire una delle ossature del patrimonio culturale dell'intera nazione.
Tava è dunque una ricerca accurata e scrupolosa di tutte queste ricette che, nel corso dei secoli, hanno riunito attorno ad una stessa tavola etnie diverse, facendole diventare un vero popolo: ai dolci rumeni che costituiscono, ovviamente, la parte più copiosa, si affiancano quelli della tradizione ebraica e delle altre comunità residenti nel Paese, dagli Armeni agli Ungheresi agli Svevi, tutte accomunate da quel vincolo di ospitalità espresso dal titolo, il romeno per "vassoio", che qui è anche metafora letteraria per indicare la presentazione dei diversi piatti: un invito a favorirne tutti di cui, neanche a dirlo, abbiamo approfittato volentieri e che vorremmo trasmettere anche a voi, nel viaggio che ci aspetta da domani fino alla fine di questo mese.
Vi aspettiamo!
Alessandra
Ixta Belfrage, Mezcla
Anche se a Londra e dintorni Ottolenghi è diventato un brand (i suoi ristoranti nascono come funghi, tutti con le stesse vetrine, gli stessi concept, lo stesso menu), questa evoluzione non ha minimamente intaccato il rapporto fra lui e i suoi fans. A fronte di un contenitore innegabilmente cambiato, infatti, la sostanza è rimasta la stessa, con una cucina che si evolve in maniera coerente con le premesse, pronta ad affascinare, a sorprendere e a convincere.
Parlo per esperienza, “costretta” come sono a finire da Ottolenghi quasi tutte le settimane e mai per scelta mia: e se è prevedibile che gli amici in visita vogliano provare la sua cucina, è meno scontato che, fra gli adepti dell’ultima ora, ci sia il marito carnivoro che mi ritrovo, mai più ripresosi dal colpo di fulmine della prima volta, pochi anni fa e da allora sempre pronto a scattare, appena si scorgono le sue vetrine o le sue insegne.
Fra i tanti fattori alla base di questo successo, quello che più si apprezza è la creazione di un team che ha saputo cogliere il senso della rivoluzione di Ottolenghi nella sua profondità, per amalgamarsi al gruppo nello stesso modo in cui gli ingredienti si combinano nelle sue ricette, mantenendo cioè la propria individualità, senza sopraffare quella degli altri. L’arricchimento che ne è derivato è alla base degli ultimi libri del team che si sono aperti ad altri orizzonti, senza però tradire l’ispirazione originaria. È grazie a loro che la lingua di Ottolenghi è diventata universale, ampliando la gamma dei suoi sapori fino ai quattro angoli del mondo, decodificando il suo significato nei gusti delle tante tradizioni che ciascuno dei diversi componenti della squadra ha portato come valore aggiunto al proprio talento e al proprio C.V.
Ixta Belfrage, l’autrice del libro che sarà lo Starbook di Febbraio, è l’incarnazione di questa premessa: sudamericana per parte di madre (la mamma è brasiliana), inglese per parte di padre ma italiana di adozione, è approdata nel mondo di Ottolenghi dopo una breve esperienza nel catering a Londra. Giovanissima, era già al lavoro nelle cucine del Nopi dove sbocciò il suo talento, tanto da esser scelta come coautrice di Flavour, il libro più coraggioso e difficile del nostro. Da allora, la carriera di food writer di Ixta è decollata, fino alla pubblicazione del suo primo libro, in piena autonomia. Nato in questo contesto e battezzato con l’endorsment di Ottolenghi (“semplicemente superlativo”), Mezcla è stato accolto dal plauso di tutta la critica gastronomica, anche la più severa, in un profluvio di aggettivi che traggono ispirazione dal sottotitolo (recipes to excite) e che si spingono fino all’ “one of the hottest cook book of the year”.
Un mix- anzi, una mezcla- al quale non potevamo resistere, qui allo Starbook, un po’ perché siamo attenti alle novità e un po’ perché siamo inclini a storcere il naso, di fronte ai cori di lodi, senza nessuna nota fuori posto. Il guanto della sfida, insomma, è stato accettato e il resto sarà tutto qui, sotto i vostri occhi, a partire da domani per le consuete tre settimane.
Ci vediamo domani, puntualissimi!
Alessandra
Your Daily Veg di Joe Woodehouse
“La cucina vegetariana e vegana è stata spesso etichettata come noiosa, insipida e insapore. Proprio per questo, il mio scopo è quello di creare piatti che siano sì belli da vedere ma, ancora di più, buoni da mangiare. Ricette che soddisfino per davvero, create a partire da ingredienti di ottima qualità che non hanno bisogno di presentazioni e soprattutto che possano piacere a chiunque, indipendentemente dal tipo di dieta seguita. Nulla di sofisticato ma, semmai, proposte oneste e sincere, preparate in modo accurato, con una intrigante stratificazione di consistenze, spezie e sapori e che, come è solito dire il suocero ucraino, grande amante della carne, non ti fanno neppure pensare che questa non ci sia"
Così parlò Joe Woodhouse, astro nascente della gastronomia britannica, finora noto per essere il meno illustre marito della ormai famosissima Olia Hercules, che si cimenta per la prima volta da solo, con il tipo di cucina che gli è più congeniale, quella vegetariana. Uscito verso la fine del 2022, con la benedizione di tutto l’estabilishment inglese, “Your Daily Veg” vanta sin dal titolo un approccio contemporaneo all’argomento: nessuna rigorosa ortodossia, nessuna pretesa di essere dalla parte giusta, nessun giudizio morale ma, semmai, un invito a inserire più verdure nell’alimentazione quotidiana attraverso l’elaborazione di ricette che non facciano rimpiangere la carne, a chi vegetariano non è, e assicurino la gioia di un pasto veramente soddisfacente a tutti gli altri.
Dalla sua, Woodehouse ha una lunga esperienza come cuoco, prima, e come fotografo di viaggi gastronomici poi, che gli ha permesso di coniugare l’abilità pratica con la conoscenza di altri sapori, altri ingredienti, altre tecniche: ne è risultato il libro con cui riprendiamo le fatiche dello Starbooks, nel segno della leggerezza, auspicabile sempre, a Gennaio ancora di più.
Buon anno a tutti- e ci vediamo domani!
A Good Day to Bake, di Benjamina Ebuehi.
Benjamina Ebuhi è uno dei tanti personaggi che hanno raggiunto la popolarità attraverso i talent televisivi: il suo trampolino di lancio è stato Bake Off Great Britain (per inciso, l'unico degno di essere menzionato qui sopra, seppur con i tanti distinguo del nuovo corso), nell'edizione del 2016. Benjamina arrivò ai quarti di finale ma questo fu sufficiente ad aprirle una strada nel mondo dell'editoria che conta, dalle riviste della BBC (Good Food, su tutti) fino alla consacrazione finale su Feast, nella squadra di capitan Ottolenghi.
Questo è il suo secondo libro, dopo A New Way to Cake, uscito qualche anno fa e ricoperto, se non di premi, quanto meno di lodi, per la freschezza dell'ispirazione e l'originalità delle ricette. Questo è l'ultimo nato e si fonda su un approccio più ampio a tutto il magico mondo del Baking, includendo anche le preparazioni salate e i lievitati, in una panoramica golosa e piena di lusinghe, a cui si fatica davvero a resistere.
Come sapete, se ci seguite da tempo, lo Starbooks dedica all'argomento almeno un libro l'anno, con scelte soffertissime perché l'offerta è pressoché infinita. Il nome di Benjamina circolava da tempo, proprio per l'aura di bravura che la avvolge e ora che è finalmente giunto il suo momento, siamo ansiosi di passare alla prova del forno.
Gli armamenti son pronti: bilance, misurini, teglie, mattarelli, tutto è schierato sulle nostre tavole, pronto per dare inizio alla sfida delle sfide, quella più difficile e più affascinante, alla quale vi diamo appuntamento da domani, fino alla fine del mese.
Vi aspettiamo carichi come sempre!
Kate Atkinson & Kay Featherstone, Pinch of Nom
Anche se al pubblico italiano questo titolo dirà poco o nulla, Pinch of Nom, nel Regno Unito, è stato il caso editoriale non dell'anno e neppure del decennio, ma dell'editoria tutta, dalle origini ai giorni nostri. E' il fast selling più veloce della storia, visto che, nella prima settimana di vendite, ha venduto ben 210.506 copie, per un totale di più di 2 milioni di sterline, ponendosi al primo posto fra i non-fiction e insidiando molto da vicino le star della categoria della fiction: prima di questo libro, solo J.K. Rowling, Dan Brown e la tipa delle 50 sfumature possono vantare di aver venduto di più.
Dal caso editoriale al caso sociologico il passo è stato breve: le due autrici, infatti, Kate Atkinson e Kay Featherstone, che fanno coppia anche nella vita, sono tutto fuorché magre. Un mondo come quello attuale, in cui il fitness è tutto e i filtri fanno il resto, sembrava imporre, almeno in teoria, che dietro a un libro che parla di diete ci fossero le testimonial viventi della loro efficacia. Invece, Kate & Kay hanno puntato su un altro tipo di comunicazione: "quando ci siamo accorte di aver bisogno di una dieta, dopo aver gestito insieme un ristorante e aver acquisito le pessime abitudini alimentari e i Kg in più che ti restano addosso quando cucini per gli altri, abbiamo pensato di condividere i piatti che inventavamo per il nostro nuovo regime, su richiesta degli amici". Era il 2016, il loro profilo Instagram era appena nato e Pinch of Nom ancora non era diventato il colosso editoriale che è oggi, con 10 libri all'attivo, podcast, video, una linea di prodotti venduti in tutti i supermercati del Regno Unito e numeri a 6 zeri ovunque ci si giri.
La loro filosofia è semplice: dimagrire è un lungo viaggio, ma non è uccidendo la cucina che si arriva alla mèta. L'idea di Pinch of Nom nasce infatti dall'esperienza di diete in cui l'atto stesso del cucinare veniva progressivamente bandito dall'elenco delle nuove abitudini da seguire, assieme a tutti gli ingredienti che gli davano sapore. Per non parlare dell'estraneità alla vita sociale che una dieta comporta e che, in Gran Bretagna, passa molto di più che altrove attraverso il bere e il mangiare tutti assieme. Dover dire no, o peggio, dover fare i conti con sensi di colpa e sforzi vani per aver ceduto a uno strappo alla regola era una frustrazione troppo mortificante per garantire il successo del loro progetto. E così, forti dell'esperienza del ristorante, le due signore hanno iniziato a suggerire al loro Slimming Club un progetto condiviso, in cui anziché mangiare verdurine crude e scondite, si affrontavano di petto tutte le ricette per alleggerirle, senza ucciderne il sapore. Un gruppo di volontari si offriva via via di provarle, modificandole o aggiustandole, e da lì, poco alla volta, la community si è allargata fino a diventare quella che è oggi. La parte interessante è, ovviamente, che tutti hanno perso peso: le due signore, assieme, sono arrivate a -14 stones (circa 90 kg) in un anno (in due: non ci è dato di sapere chi detenga il primato) e così tutti gli altri.
Altrettanto ovviamente, se abbiamo deciso di affrontare questo libro allo Starbooks non è perché crediamo alla loro dieta o meno: come detto milioni di volte, noi ci occupiamo solo degli aspetti editoriali e il libro che ha bruciato tutte le classifiche del mondo nella sua categoria non poteva non destare il nostro interesse. Quello che cercheremo, stavolta, è se le promesse di una cucina buona, appetitosa, vicinissima agli originali ma, nel contempo, più leggera, sono state rispettate.
Questo - e solo questo - sarà dunque lo scopo dei nostri test, da domani fino alla fine del mese.
Per tutto il resto, ci sono i medici :)
A domani, per la prima ricetta!
Lex Taylor, The Unofficial Bridgerton Cookbook
Ogni tanto càpita che, allo Starbooks, ci si interroghi sulle preferenze di ciascuno dei componenti del gruppo. I libri che scegliamo, infatti, vengono sì decisi in modo unanime, ma non sempre i verdetti finali corrispondono ai singoli giudizi, senza contare, ovviamente, le disposizioni e i gusti personali che inclinano l'uno verso i dolci, l'altro verso i salati e così via.
Su un titolo, però, ci siamo sempre trovati d'accordo, nella condivisione di un parere largamente positivo: The Unofficial Downton Abbey Cookbook di Emily Ansara Baines, starbookato nel gennaio del 2013, quando la Downton Abbey mania era ancora di là da venire. L'indice di gradimento era direttamente proporzionale alla sorpresa: ci aspettavamo infatti un prodotto commerciale, ci siamo ritrovati con un ricettario storico, capace di coniugare leggerezza e profondità, con una impostazione che aderiva perfettamente allo spirito della serie, nella divisione fra piani alti e piani bassi, e con ricette filologicamente impeccabili e precisissime, nelle dosi e nel procedimento. Ne abbiamo un ricordo così bello (che personalmente si rinnova più spesso di quanto si creda, visto che alcuni piatti che preparo abitualmente provengono da lì) che non siamo mai stati tentati di rivolgerci ai successivi ricettari , per quanto ci allettino con la bellezza delle loro copertine il blasone della loro ufficialità. Per noi, il libro di cucina di Mrs Patmore resta quello dalla copertina marrone e dalle pagine ingiallite che abbiamo imparato ad amare una decina di anni fa - e tanto basta.
Tuttavia, qualche volta siamo stati tentati dal ripetere l'esperienza, anzi: probabilmente aspettavamo solo l'occasione giusta per lanciarci in qualcosa di più leggero e scanzonato del solito. E quando abbiamo visto i banchetti di Bridgerton non abbiamo più avuto esitazioni: se un cedimento doveva esserci, è sul Victoria Sandwich che si sarebbe consumato.
Di conseguenza, prepariamoci ad entrare nello spirito di una delle serie più divertenti di questi ultimi tempi, in cui amori leciti ed illeciti vanno a braccetto con corsetti e crinoline, pizzi e stoffe preziose, figlie da maritare e scapoli da braccare, il tutto contornato da una profusione di cibo quale non si vedeva dai tempi di Maria Antonietta: è quello la vera colonna sonora della storia, modulato ora in gioiosi pranzi ai club, ora in sontuosi banchetti al ballo, ora nella gloria degli afternoon tea, espressione costantemente manifesta della sensualità repressa dell'età della Reggenza.
Sugli schermi dello Starbooks sfileranno dunque queste meraviglie, sottoposte allo stesso sguardo indagatore riservato, nella serie, ai pretendenti e senza timore di essere influenzati dal fascino dei titoli aristocratici, parti nobili incluse ;).
Come sempre, saremo severissimi.
E, come sempre, appuntamento a domani!
Med, di Claudia Roden
Verso la metà degli anni '60, una giovane pittrice originaria de Il Cairo si trasferì da Parigi a Londra, alla ricerca di nuove ispirazioni e nuovi stimoli. Ad attenderla, però, trovò la nostalgia: catapultata nei ritmi frenetici della Swingin' London, nelle tensioni fra la paura e il fascino del cambiamento, in una società che muoveva con goffaggine i primi passi nel cammino dell'integrazione, la giovane si sentì perduta. E, per reazione, anziché dipingere le sue tele, iniziò a scrivere un libro di ricette.
Le intervallò con i ricordi della sua casa, ne descrisse i sapori con la puntigliosità di chi cercava di ricrearli nella sua mente, ne raccontò i procedimenti rievocando i gesti antichi delle donne che li avevano preparati davanti ai suo occhi di bambina prima, di giovane donna, poi e alla fine, portò tutto a un editore illuminato che lo pubblicò, senza pensarci due volte.
Era il 1968, il libro era A Book of Middle Eastern Food e la giovane autrice era Claudia Roden, la donna a cui tutto il mondo dell'editoria gastronomica è debitore della svolta più significativa e più duratura, dai tempi di Eliza Acton e dell'approdo della cucina borghese nei ricettari.
Di fronte a questo libro, tutto appariva improvvisamente vecchio e superato. I libri di cucina che sbandieravano la modernità, all'epoca, erano sequenze di ricette e nulla più. Qualcuno era assolutamente straordinario, colto, approfondito (Elizabeth David, su tutti), ma nessuno aveva mai osato fare quello che questa giovane donna aveva realizzato - cioè mescolare cibo e memorie, ingredienti ed affetti, in una prosa vibrante di emozioni e di amore.
Da allora, nulla fu più come prima: nell'anno delle grandi rivoluzioni, anche il modo di raccontare il cibo affrontava la sua, dismettendo i panni antichi e ampollosi dei precettori per indossare i grembiuli profumati di bucato e di tenerezza e diventare sinonimo di quel "prendersi cura" tanto amato dagli Inglesi ma spiegato, in questa nuova accezione, da una ragazza che inglese non era.
E da allora, nulla fu più come prima neppure per Claudia Roden: conforme al suo costume, la Gran Bretagna seppe riconoscere il merito di questa autrice, assicurandole non solo la fama, ma anche una carriera nel mondo del cibo: ai libri si affiancarono presto contratti con le televisioni nazionali, rubriche sui giornali più importanti, con un de profundis per il futuro da pittrice, ma un Gloria in excelsis per quello da food writer, compresa la consacrazione definitiva, lo scorso anno, con il titolo di CBE (Commander of the Order of the British Empire), l'onorificenza britannica rilasciata in virtù di meriti speciali, quali sono stati quelli di Claudia nella diffusione della cultura del cibo.
A distanza di 12 anni dalle origini dello Starbooks, Claudia Roden approda anche dalle nostre parti - e tanto ci è voluto prima che trovassimo il coraggio. A finire alla prova del fornello sarà il suo ultimo libro, il pluri premiato, pluri lodato e pure pluri venduto Med, una sorta di ricapitolazione della cucina più amata dalla nostra autrice, una sorta di ritorno alle origini a oltre 50 anni dalla sua prima pubblicazione.
Ma riuscirà a passare il giudizio dello Starbooks?
State sintonizzati e lo saprete!
Joshua Mc Fadden è un autore statunitense, ristoratore per necessità, contadino per passione: tant'è che il sogno che sta diventando realtà, grazie alla fama che ha recentemente raggiunto, non è il villone a Santa Monica o la comparsata a Masterchef, ma la creazione di un centro agricolo che sia nello stesso tempo un luogo di produzione e di comunicazione del cibo, partendo dalla terra e finendo poi nel mondo dell'editoria, con un passaggio obbligato in cucina.
Il suo primo libro, Six Seasons, gli ha fruttato il James Beard Award nel 2018, oltre ad una popolarità che sconfina nella adorazione dei fans: Nigella si definisce "evangelican devotee" e non pochi critici gli hanno riconosciuto di aver trasformato il modo di cucinare i vegetali - tributo riservato, finora, solo ad Ottolenghi. Rispetto a quest'ultimo, la cucina di Mc Fadden è di gran lunga più semplice, sia nella lista degli ingredienti che nella concezione dei piatti: già dai titoli delle ricette si riesce ad immaginarne il sapore, senza contare che le sue spiegazioni hanno il tono di una lezione di cucina fatta fra le quattro mura di casa, con un amico che ti svela procedimenti e trucchi. Tuttavia, pensare a piatti casarecci o poco innovativi significherebbe essere completamente fuori strada: perché le soluzioni del nostro sono in bilico fra la semplicità e l'eleganza, l'inventiva e il comfort, il km zero e l'ingrediente più esotico, in un crescendo di sorprese per il palato che hanno il rassicurante risvolto di essere alla portata di tutti, sia sotto l'aspetto tecnico, sia per quanto riguarda il portafoglio.
Six Seasons era nella nostra "to do list" da prima che scoppiasse la pandemia. Ma, mentre si aspettava il momento buono per affrontarlo, Mc Fadden ci ha sorpresi con un nuovo titolo, tutto dedicato ai Grani. Si tratta di uno degli argomenti di moda in questi mesi ma che viene affrontato, almeno in teoria, con la competenza di chi il sapere lo ha imparato sul campo (nella fattispecie, in Italia) e lo ha poi sviluppato nella pratica di una cucina professionale. Non a caso, si parte dal gusto: perché ok, i grani fanno bene, ma questo è un valore aggiunto a quello che davvero conta per un cuoco, vale a dire creare piatti saporiti e convincenti. Seguono le informazioni di base e le ricette, suddivise per tipologia di grano ed estese a tutte le portate, pani e focacce inclusi.
Il tono è rassicurante, le foto stimolano la fame, l'indice fa venir voglia di mollare tutto e correre in cucina MA, come ben sappiamo, tutto questo non basta: manca la prova dei fornelli dello Starbooks che, come al solito, vi svelerà risultati e verdetti, fino al giudizio definitivo.
Se siete pronti a seguirci anche questa volta, vi aspettiamo domani, con la prima ricetta!
Alessandra
Matthew Jones, Bread Ahead
A distanza di 4 anni dal primo libro esclusivamente dedicato alla scuola di cucina, tornano "quelli di Bread Ahead", la scuola di panificazione più famosa del Regno Unito, con una nuova pubblicazione, identica nello spirito, ovviamente diversa nei contenuti, ma soprattutto priva del suo nume ispiratore, quel Justin Gellatly che preparò il pane al Royal wedding di William e Kate, che fu l' artefice dei doughuts più golosi del pianeta e che fece davvero la differenza, agli albori del progetto.
Dei tre fondatori, resta solo Matthew Jones che, da fornaio, si è trasformato in imprenditore coraggioso: dall'ormai mitico negozio nel Borough Market sono nati altri 5 punti vendita, è avvenuto lo sbarco nei Paesi Arabi, è partito il fraichising e nulla, diciamocelo chiaro, è più come prima: fatta eccezione per la prima location, tutte le altre sono piuttosto anonime e anche se è a loro che si deve il miglioramento della qualità dei prodotti da forno britannici, oggi faticano a tenere il passo con catene molto più competitive dal punto di vista della scelta, della qualità e, buon ultimo, anche dei prezzi.
Tuttavia, la scuola rimane, identica a quella di allora, a cominciare dalla bellezza di quel ritorno agli ingredienti naturali e alle tecniche di una volta di cui sono stati i primi e più convinti assertori, vere mosche bianche nel Regno Unito di 20 e passa anni fa. Identici sono i programmi, identica la convivialità che contraddistingue i corsi e- ci auguriamo- identica anche la riuscita delle nuove ricette, raccolte per l'occasione nel libro che ci accingiamo a provare, per lo Starbook di febbraio
Se Matthew Jones con la sua nuova squadra riuscirà a non far rimpiangere il passato, lo scopriremo insieme, a partire da domani.
Vi aspettiamo!
Samantha Seneviratne, Gluten-Free for Good
La doverosa premessa, così doverosa da far passare in secondo piano i convenevoli di rito ad ogni nuovo anno, è che lo Starbooks non si occupa di cibo dal punto di vista della nutrizione, ma solo ed esclusivamente dal punto di vista dell'editoria. E' una precisazione che facciamo ogni qualvolta si decida per un titolo focalizzato su aspetti legati al benessere, nel timore che si possa perdere di vista l'unico scopo del nostro progetto, proporvi cioè tendenze nuove, nuove uscite e autori ancora sconosciuti al pubblico italiano, verificando se i loro libri reggono alla sola prova che conti, quando si parla di cucina, vale a dire quella dei fornelli e del palato.
Ciò premesso, è fuori di ogni dubbio che il Gluten-Free sia una tendenza alimentare ormai radicata nei costumi dei consumatori, specialmente per quanto riguarda l'altra parte del mondo - cioè U.S.A., Australia e dintorni. Dai tentativi parecchio maldestri dei primi anni ad oggi, chi sviluppa ricette senza glutine ha fatto passi da gigante, trovando alternative che nulla hanno da invidiare agli originali e sondando strade nuove, spesso ricche di belle sorprese. Anche se in Italia, finora, il Gluten-Free si è imposto più come una soluzione cui far ricorso solo in determinate circostanze e solo raramente come una scelta radicale, pareva brutto :) non affrontare questo tema, soprattutto nel mese delle disintossicazioni, quale è appunto Gennaio.
Inoltre, l'argomento ci permette finalmente di presentarvi Samantha Seneviratne, un'autrice che transita da un po' nell'anticamera dello Starbooks e che aspettava l'occasione propizia per prendersi la scena. Duole, per certi versi, proporla con questo titolo, non fosse altro perché si tratta del suo primo libro, a cui ne sono seguiti altri, benedetti dalla maturità e dall'esperienza. Nello stesso tempo, Gluten-Free for Good è il libro che l'ha imposta all'attenzione di mezzo mondo, permettendole di affermarsi come una voce nuova ed autorevole, e questo grazie anche ad un background di tutto rispetto (fra Good Housekeeping, Martha Stewart e il NYTimes) e ad un talento che mezzo mondo le riconosce.
Se convincerà anche noi dello Starbooks è, ovviamente, tutto da vedere: le premesse per un mese spumeggiante, anche se in chiave detox, ci sono tutte, visto che le ricette sono tutte basate su ingredienti naturalmente senza glutine e implicano, pertanto, quella fantasia che di solito fa stare col fiato sospeso. Se la prova dei fornelli e dell'occhio critico della nostra squadra sfocerà in risultati convincenti o meno, lo scopriremo solo cucinando: per cui seguiteci come sempre, a partire da domani, fino alla fine del mese.
E buon anno a tutti!