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venerdì 28 giugno 2024

GREEKISH: TIRIAMO LE SOMME?

 


Fra le tante cose che apprezzo di Georgina Hayden c'é quella di non sfornare libri a ripetizione.  Fino a Greekish, infatti, la nostra si é sempre fatta desiderare, interponendo distante ragionevoli fra una pubblicazione e l'altra e avvalorando la mia personalissima tesi che i libri di cucina necessitano dello stesso tempo di incubazione che si riserva per pubblicazioni sulla carta piú autorevoli. A conferma di ciò, i primi tre libri dell'autrice, tutti a distanza di tre anni l'uno dall'altro, sono quanto di piú accurato e approfondito offra il mercato editoriale degli ultimi tempi sugli argomenti trattati e questo vale anche per la confezione che, come tutti sapete, é oggi una componente indispensabile del "prodotto libro". 

Greekish arriva a distanza di poco meno di due anni da quel capolavoro che é Nistisima e, pur cimentandosi con un tema abusato- e quindi alzando l'asticella della sfida- sembra in apparenza sconfessare la premessa: anche se realizzato in meno tempo, la qualità delle ricette é altissima, per tacer dell'eleganza del progetto grafico e della bellezza delle immagini. La Hayden si riconferma la fuoriclasse che é e lo fa anche su un terreno piú ostico, quello che riguarda la tradizione con l'iniziale minuscola, sorretta non dal conforto dei sacri testi quanto dalla memoria familiare e dalle tante storie di contaminazione che sono la vera cifra interpretativa di questo libro. 

Tuttavia, rispetto ai precedenti, si é notata una minor cura nell'editing dei testi: forse per gli scherzi di una eccessiva confidenza con la materia trattata (sono ricette di famiglia, quelle che si dosano con i pizzichi, i pugni, gli sguardi), forse per una mancanza di una revisione piú attenta, sono tante le informazioni che sono rimaste nella tastiera. Nulla di grave, per carità, considerato il fatto che le ricette sono tutte abbordabili e facilmente aggirabili, anche senza una spiegazione che includa tutti i passaggi: però, le rimandature - piuttosto numerose, ad essere sincera-  ci ricordano che senza i nostri accorgimenti non tutti i risultati sarebbero stati soddisfacenti e appetitosi come invece si sono rivelati. 

Naturalmente, Greekish resta un prodotto di alta qualità e lungi da me svilirlo al rango di un libro che non merita di stare nelle vostre librerie: se, come noi, amate Georgina, completate la collezione, senza indugi. Ma se invece cercate un primo approccio all'opera dell'autrice, meglio partire dai suoi precedenti, per apprezzarla al meglio. 

Come da tradizione, con questo Tiriamo le Somme lo Starbooks va in vacanza: ci rivediamo a settembre, carichi di novità e sorprese!


venerdì 31 maggio 2024

GOOD EGGS: TIRIAMO LE SOMME?

 


Visto che vivrei di uova - e, da quando vivo all'estero, sono in ottima compagnia- possiedo non so quanti libri di cucina sull'argomento. La Bibbia resta sempre Michel Roux (andate in fondo al nostro indice, era fra i primi libri che avevamo scelto) ma, negli anni, si sono affastellate altre monografie, non ultima quella degli Hairy Bikers (altro nostro Starbooks) e altre ancora. L'argomento mi affascina, visto che queste sono alla base di un sistema alimentare globale e, nel corso dei secoli, si sono caricate anche di altri significati che esulano dal mondo del cibo ma non per questo sono meno interessanti e coinvolgenti. 

Tuttavia, quando le devo cucinare, le preparo sempre nei soliti modi: fritte appena posso permettermelo, altrimenti sode, in camicia, á la coque. E ogni volta finisco immancabilmente per pensare a due cose, in questa successione: la prima, é che a me le uova piacciono cosi, in purezza. Sia chiaro: adoro le omelettes e le frittate, ridefinisco il mio concetto di paradiso ogni volta che sono di fronte a un flan, potrei mangiare non so quante meringhe senza mai esserne sazia. Ma se devo scegliere un tipo di cottura che valorizzi davvero questo ingrediente, é nel novero delle tre o quattro cotture classiche che vado a cercare. E qui, arriva puntuale la seconda riflessione: che, per quanto si studi, con le uova si può sempre fare di meglio. 

Non so se sia storia o leggenda, l'aneddoto che vuole un giovanissimo Luigi Veronelli che, al Ritz a Parigi, ordinava un uovo fritto allo chef. Ottenendo, in cambio, non solo il piatto richiesto, ma anche l'incredulo capo cuoco, curioso di vedere chi avesse osato fare una richiesta così insolita e, nello stesso tempo, così  acuta. Perché per tutte le altre portate in carta c'era comunque una scialuppa di salvataggio: ma non per l'uovo fritto, micidiale nella sua semplicità. 

La terza riflessione esula dallo specifico dell'argomento, ma riguarda il nuovo modo di intendere oggi la cucina: lasciando da parte le involuzioni dei social e gli anatemi dei guru di turno, é fuori di dubbio che la tendenza a stare poco ai fornelli si sia ben radicata anche da noi. Dove vivevo prima, a Singapore, le case moderne di lusso chiamavano cucina un angolo con la macchina del caffè- e anche qui a Londra, le cucine iper accessoriate delle case dei bilionari hanno lo stesso valore di un bel soprammobile o di un bel quadro: ammirare senza toccare, insomma. La gente comune non può fare a meno del microonde, non del piano cottura, da tanto il cibo pronto é entrato nell'alimentazione comune. Ma anche chi resiste, ha comunque cambiato registro: fra tematiche ecologiste e salutiste, si ricerca una cucina sempre piú centrata sulle verdure, sul crudo, sul fresco. I libri di cucina si adeguano al mercato e non stupisce, allora, che anche Good Eggs scelga la strada del binomio facile&veloce. 

Tuttavia, lo fa con competenza ed onestà. 

In primis, lo dice espressamente, nella prefazione e lo ribadisce chiaramente nel progetto grafico del libro, che fa capire alla prima occhiata che questo é un libro perfetto per i nostri tempi: i testi sono brevi (sono pochi quelli che sconfinano nella pagina successiva), gli "accessori" sono pochi (e per la maggior parte, da acquistare già pronti), le foto trasmettono un messaggio tranquillizzante, da "ce la posso fare anch'io", fondamentale per far passare il primo messaggio dell'autore, e cioè che il suo é un libro da utilizzare, non come ferma porta, ma come risorsa nella cucina di tutti i giorni. 

Il fatto che le ricette siano alla portata di tutti, però, non implica una banalità dei contenuti: Ed Smith ci accompagna in un giro del mondo nel nome delle uova, accostandole anche ad una gamma di ingredienti molto vasta che, oltre a variare il sapore del piatto, appaga anche quella curiosità che strappa dalla routine l'atto del cucinare, specie quando si tratta di friggere due uova in padella. Se avete armadietti delle spezie che traboccano di barattolini intonsi o dispense che reclamano un inventario, preparatevi a riportare alla luce tutto quello che pensavate sarebbe rimasto inutilizzato per sempre, perché la sfida del nostro autore passa anche per queste risorse, capaci di creare sapori nuovi con ingredienti antichi. 

Infine, la parte tecnica é tutt'altro che carente. Col tono che ti aspetteresti dal compagno di birre al pub, Ed ti spiega pazientemente tutti i procedimenti per la cottura, i differenti risultati a seconda dei mezzi usati (emblematico il paragrafo sui grassi per friggere un uovo, illuminante quello sulla precottura delle uova in camicia), i trucchi per avere successo oltre agli abbinamenti piú consueti perché, diciamocelo, anche le uova hanno le loro regole inderogabili, quelle per cui l'Egg Benedict deve avere il tuorlo quasi liquido, il Mayak l'uovo marinato, il Ramen l'uovo fondente e via dicendo. 

Insomma, tirando le somme, che siam qui per questo, se cercate una monografia vecchia maniera, rivolgetevi a qualcosa che già é stato pubblicato (Michel Roux su tutti, a nostro parere). Ma se cercate invece una ventata di novità, capace di essere tanto un vostro alleato fedele, nella cucina di ogni giorno, quanto un compagno di avventura, nella ricerca di sapori vecchi e nuovi, Good Eggs é il nostro consiglio. 

Ci vediamo a giugno, per il prossimo Starbooks!

Alessandra 


martedì 30 aprile 2024

THE ULTIMATE COMFORT FOOD: TIRIAMO LE SOMME?

 


No, ovviamente, le somme non le tiriamo: lo si era detto all'inizio, che questo sarebbe stato uno Starbooks celebrativo, in memoria di Dave Myers e mettersi qui a far le pulci a un libro di cucina, in circostanze così tristi, sarebbe a dir poco fuori luogo. Nello stesso tempo, sarebbe ingiusto non riconoscere a The Ultimate Comfort Food una serie di innegabili meriti, gli stessi per cui gli Hairy Bikers sono stati così amati dal pubblico britannico e oltre. Non si tratta di folklore, non si tratta di simpatia: certo, questi aspetti hanno contribuito al loro successo ma questo non sarebbe durato, se avessero proposto solo fuffa. Al contrario, a lungo andare, ciò che ha cementato il loro rapporto con gli spettatori e i lettori é stato proprio questo approccio al cibo, pragmatico nella sostanza, divertente nella forma, capace di intercettare i gusti di tutti e di solleticarne l'appetito.
I due motociclisti piú famosi della TV britannica, quelli che sfrecciavano veloci lungo le strade di tutto il mondo, sapevano tenere i piedi per terra, una volta ai fornelli, per giunta  con uno stile peculiare, tanto lontano dallo stereotipo della trattoria per camionisti quanto vicino a quel sentire comune che, nella cucina, ricerca i sapori genuini della tradizione.  Nessuno se lo sarebbe aspettato, da due viaggiatori incalliti, sempre pronti all'avventura: invece, è   accaduto, in ogni serie TV, in ogni libro, in ogni ricetta. 
Sapere che non succederà più stringe il cuore di una nostalgia amara e struggente: ma mai come questa volta, ci accorgiamo dell'importanza dei manuali di cucina. Che servono non solo a ricordare, ma anche a fondare nel ricordo delle persone care quella trasmissione di gesti, di profumi, di combinazioni di sapori che va sotto il nome di tradizione e che, lungi dall'essere una faccenda arida e libresca, vive di memorie che si rinnovano, con affetto e  gratitudine e tanta, tanta commozione. 
Grazie Dave, che la terra ti sia lieve



venerdì 29 marzo 2024

ONE POT FEEDS ALL: TIRIAMO LE SOMME?


 

Per tutta una serie di ragioni su cui  é il caso di non tediarvi, ho perso la voglia di cucinare. 

O meglio: quando si riaffaccia, non ho tempo. E visto che ormai non avere tempo é la costante della mia nuova vita, anche la voglia di cucinare sembra essersi rassegnata e non compare piú. 

Tuttavia quando, per qualche fortunata combinazione astrale, mi ritrovo con l'agenda vuota e la valigia sotto il letto, mi diverto ancora a cercare ispirazione dai libri: mi armo di carta e penna e, pazientemente, compilo liste di tutte le ricette papabili, quelle che possono intersecarsi con le mie abilità culinarie (sempre piú scarse) e i gusti dei miei familiari (sempre piú difficili). Fortunatamente abito nel paradiso degli ingredienti, per cui questo problema non si pone e anzi, piú vedo nomi strani, piú progetto cene complete e, insomma, alla fine arrivo in fondo, piena di rinnovata buona volontà. 

Dopodiché, inizia la spunta. 

Il primo scoglio é il vaglio di mio marito, che inizia a storcere il naso su metà delle mie scelte: 10 anni di "consorte della foodblogger" sono stati piú che sufficienti a fargli perdere  spirito di avventura e pazienza e tutti i voli pindarici vengono desolatamente ridimensionati, a botte di "questo no, questo te lo mangi tu, questo neanche alla volpe" (la volpe in giardino é il primo requisito della vita in Inghilterra)

Il secondo scoglio, ammetto, é opera mia: la voglia di cucinare di cui sopra é inversamente proporzionale alla lista degli ingredienti e alla quantità di padelle da lavare.  Se i primi sono suddivisi in paragrafi e i secondi sono piú di tre, ammetto che depenno con decisione. 

L'ultimo, il piú triste, é la domanda finale, quella sotto cui cadono anche le ultime speranze: "ne vale la pena? vale la pena di rovinare il trancio di salmone selvaggio che hai nel frigo, per una ricetta del genere? vale la pena di buttar via 3 ore del tuo tempo, per qualcosa che già sai che, nella migliore delle ipotesi, non sarà nulla di memorabile?"

Per farla breve, dunque, mi riduco a fare quasi sempre le ricette già fatte dalle mie amiche, borbottando fra me che non ci sono piú i libri di una volta: quelli che tenevi sempre a portata di mano, pozzi a cui attingere idee e ispirazioni, alleati fedeli che mai ti avrebbero tradito. 

Salvo poi inciampare in One Pot Feeds All e ritrovarsi sbalzata indietro nel tempo, negli anni in cui i libri di cucina avevano un che di magnetico e la lettura non poteva dirsi completata senza aver disseminato post it in ogni pagina, per tacer delle programmazioni entusiaste, "domani faccio questo, domenica quello", senza che ci fosse bisogno di interpellanze coniugali o vagabondaggi per supermercati. 

Una sorpresa a tutto tondo, perché Darina Allen non ha bisogno di conferme, nel campo della cucina irlandese, dove resta l'indiscussa protagonista. Ma avventurarsi in sentieri nuovi, per giunta battutissimi, con il rischio di appiattirsi sulla domanda sempre piú piatta di un'utenza svogliata e poco stimolante, celava piú di una insidia, come sappiamo bene qui allo Starbooks, dove di libri che sotto la promessa di meraviglie nascondono invece la solita zuppa ne scartiamo ormai a decine.

Invece, non solo Darina ha vinto la sfida, ma lo ha fatto a mani basse, dimostrando che il calderone della cucina creativa può essere ancora prodigo di doni originali e convincenti, per realizzare i quali non servono attrezzature esagerate o ingredienti introvabili, quando si hanno classe, cultura ed esperienza. 

E Darina, modestamente, ne ha da vendere. 

Ci vediamo ad Aprile, con il prossimo Starbook!

Alessandra

giovedì 29 febbraio 2024

THE SIMPLE ART OF RICE: TIRIAMO LE SOMME?


Chiedo scusa per la brevità del Tiriamo le Somme di questo mese, che non corrisponde alla lunghezza del tempo speso a meditare su che cosa scrivere: vi assicuro che son tre giorni che ci penso su, tanto da riservare il compendio delle nostre conclusioni agli ultimi minuti della zona Cesarini. 

Tuttavia, farei un torto a The Simple Art of Rice se non andassi dritta al punto, affermando che questo libro ha tutte le carte in regola per far parte della vostra collezione: perfetto per il tavolino da caffè, se guardate alla importanza dell'oggetto e della sua grafica, per il comodino, se amate perdervi nelle storie del cibo e, ovviamente, per ogni possibile piano di appoggio in cucina, vista la riuscita a colpo sicuro delle sue ricette. É un libro che sa fondere le memorie con gli studi, la conoscenza con la passione, il recupero del passato con la tensione verso il futuro e spiace che non abbia avuto la risonanza che merita, anche qui in Italia, dove la cultura del riso ha radici antiche e costituisce oggi un punto di incontro di tradizioni diverse: poter ampliare la nostra conoscenza attraverso i diversi risi del mondo e i piatti di cui sono protagonisti sarebbe un arricchimento che va ben oltre le mura delle nostre case, per tramutarsi in uno strumento di dialogo fra le varie culture- a tal punto il riso ha inciso nella formazione  delle differenti identità. 

L'occhio critico del lettore attento potrebbe far notare che non tutte le ricette hanno passato la prova a pieni voti, qui allo Starbooks: il che é verissimo, inutile negarlo. Nel contempo, i nostri lettori sanno che le valutazioni dei piatti sono solo una componente di un giudizio piú generale, in cui confluiscono molti altri fattori: il concept, anzitutto, che in questo caso fa dell'esperienza personale un pretesto per spaziare nelle tradizioni di tutti i popoli del mondo, con un progetto ambizioso e completo; le spiegazioni introduttive, che non ci fanno dimenticare che, a dispetto di un repertorio fotografico emozionante e di una "confezione" raffinata ed elegante, siamo sempre al cospetto di un libro di cucina; la selezione delle ricette che, pur sorretta da un criterio geografico, spazia dall'antipasto al dolce, dal facile al difficile, garantendo una accettabile fedeltà agli originali e una piena soddisfazione del palato, incluso quello dei meno avventurosi. 

Insomma, a farla breve, un libro che ci ha convinto, a dispetto del basso profilo, della scarsa notorietà del suo autore e della  pubblicità quasi nulla con cui é stato lanciato. Una bella sorpresa, che ci fa ben sperare anche per il futuro, visto che, a dispetto di una editoria incline a riproporre ad nauseam le solite firme e i soliti argomenti, esistono ancora voci nuovi, con tanto da dire. 

Fate spazio  sui vostri scaffali, insomma, che The Simple Art of Rice reclama un posto tutto per sé. 

A prestissimo, con il prossimo libro!

Alessandra 

 


 

mercoledì 31 gennaio 2024

VEG-TABLE: TIRIAMO LE SOMME?


Anche se non sono superstiziosa, cerco sempre di partire con il piede giusto, in tutto quello che faccio. I nuovi inizi sono sempre una iniezione di energia, positività, ottimismo e se posso cerco di partire con la strada spianata, nella convinzione che gli ostacoli sia meglio scavalcarli in corsa che non trovarseli di fronte, a motori appena accesi. 

Questo vale anche per lo Starbooks: non dico che a Gennaio si scelgano libri dall'esito scontato ma, come si suol dire, si cerca, se non proprio di partire col botto, quanto meno di cadere in piedi, perché il buongiorno si vede dal mattino, chi ben comincia é alla metà dell'opera, etc etc. 

Esaurite le frasi fatte da qui a dicembre prossimo, designare Nik Sharma come la guest star dell'apertura del 2024 sembrava quindi la scelta più ragionevole, a tutte quante: si parte bene, insomma, nel segno delle verdure, della creatività, della consacrazione della critica, dell'adorazione del pubblico  e cosa mai potrà andar storto, signora mia. 

Quasi tutto, grazie. Quasi tutto. 

Per onestà, va detto che se l'autore di questo libro non fosse stato Nik Sharma, noi non saremmo state così severe. Perché, inutile negarlo, quando tutti ti osannano come il Golden Boy della gastronomia, il genio degli accostamenti, il guru della nuova cucina, luogo d'incontro di scienza e coscienza, caleidoscopica fucina di sorprendenti armonie, l'asticella delle aspettative si alza. E non proprio di un cicinin. 

Nello stesso tempo -e qui parlo a titolo personale - se non  fosse stato un libro di Nik Sharma, probabilmente non lo avrei comprato: perché, di nuovo, sia detto senza nessuna polemica, ma di libri di cucina vegetariana ne ho pieni gli scaffali e vuote le tasche, considerato quello che costano. Finisco di cucinare le ricette degli altri e torno, mi sarei detta. 

E invece, Nik. 

Nik che sembra l'ombra di sé stesso, se non fosse per quell'allure di cui si circonda ma che, stavolta, non fa la magia. Intanto, é faticoso da leggersi: l'idea di inserire gli ingredienti nel corso della ricetta, obbligando chi deve cucinare a tortuose involuzioni nel testo, suona un po' come un "se volete possedere il mio sapere, dovete adeguarvi al mio linguaggio", il che non corrisponde propriamente ad una riunione fra vecchi amici (aridatece Nigella), ma ok: lui é Nik, tu sei una che notoriamente si arrabatta, forse la colpa sarà anche del tuo modo di scrivere le ricette, che tradisce queste abitudini cosi proletarie come dover controllare la dispensa o, peggio, fare la spesa. 

Anche sulla cottura della pasta, cosa ne puoi sapere tu, che magari hai imparato la tecnica nella cucina della nonna e non in un laboratorio dove ogni gesto ha una misura e che le lasagne vadano cotte al dente, prima di essere farcite, non lo dico io ma lo dice la scienza, eh????

E poi, la parola magica. Che non è abracadabra, non è bidibibodibidu, non è neppure supercalifragiListichespiralidoso. Ma é miso, detta così, semplicemente. 

Basta un poco di miso e va tutto giù, tanto per continuare le citazioni da copista dotto, che siano broccoli o lenticchie, pomodori o cipolle: il miso, novello tubino nero della cucina, va con tutto e va su tutto e pazienza se -udite udite- lo sapevamo già, pure da qualche anno. 

Se lo dice Nik, dobbiamo crederci, come se fosse una rivelazione. E questo vale per tutto il resto, in un susseguirsi di ricette nel complesso accettabili, alcune anche buone, ma che nell'insieme lasciano il retrogusto amaro di chi si aspettava di più. 

Ci vediamo a Febbraio, con le dita incrociate!

Alessandra

giovedì 30 novembre 2023

THE COOKIE BIBLE: TIRIAMO LE SOMME?

 



A dispetto dei quintali di libri sul tema che piegano gli scaffali della mia libreria, confesso che ad ogni Natale faccio sempre gli stessi biscotti. Non so se dipenda dalla frenesia delle settimane di questo periodo dell'anno, per cui é meglio affidarsi a gesti e sapori collaudati e a risultati certi, oppure dal richiamo della tradizione, piú forte per queste festività che per altre, ma sta di fatto che quando inizio a tirar giú formine, mattarelli e scatoline varie, é sempre per preparare le solite cose. Aggiungo che, quando non lo faccio, ricevo in cambio sguardi delusi e immusoniti da parte dei miei familiari, come se mangiassero Vanillafipkferl o Linzer Cookies solo a Natale: "ma cosa vuol dire, mi rispondono, é che a Natale hanno un altro sapore!" e tanto basta per rintuzzare velleità di cambiamento. 

C'é anche da dire, però, che, a dispetto dei quintali di libri sul tema etc etc etc, sono pochissimi quelli veramente affidabili. Duole doverlo rimarcare anche a Natale, ma la dose di bontà che ho ricevuto in sorte non mi impedisce di rilevare la deriva degli ultimi anni, quando quelle pubblicazioni che un tempo erano il corollario di anni di fatica e di riconoscimenti sul campo oggi si sono ridotti a una voce da spuntare, nella carriera degli influencer, quasi che l'abbinata "sfoglia del super e formaggio cremoso" non meriti di essere affidata all'immortalità della pagina scritta. 

Non a caso, la scelta dello Starbook di questo mese si é rivolta al passato, anziché al futuro: la pubblicazione é recente, ma l'autrice é ormai un grande classico della pasticceria statunitense, per giunta alla voce "Bibbia", visto che tutto quello che scrive porta questo nome (e ogni volta me la immagino mentre scrive la bibbia della lista della spesa, con mariti e figli impegnati a svuotare carrelli da qui all'eternità). E comunque: Rose Levy Berambaum non si discute, ci siamo dette, e così é stato. 

Ricette spiegate al micro grammo, preparazioni scandite in tutti i passaggi, fotografie oneste, da cui intuisci che quello é il vero prodotto finale di quanto precede, amplissima rassegna di classici e tanti altri pregi che si condensano in una dichiarazione di complessiva affidabilità che dovrebbe essere il presupposto fondamentale di un manuale di cucina, ma che oggi é sempre piú una perla rara, nel mare magnum delle ostriche vuote. 

Nella nostra rassegna, abbiamo anche registrato una solenne bocciatura che, però, fa parte del gioco, specie se ad essere messo sotto torchio é un libro di pasticceria rivolto a non professionisti: le nostre cucine sono il regno della variabilità, la pasticceria é una scienza esatta- e comunque, un errore si perdona, non ultimo anche alla luce del numero di ricette provate, maggiore di quelle pubblicate e sempre perfettamente riuscite. 

Il vero limite, semmai, é altrove e sta nella mancanza di quell'effetto wow che mi ha fatto tornare alla mente i tempi delle correzioni dei compiti in classe di italiano. I temi di una volta, per capirci, quando i primi della classe confezionavano elaborati oggettivamente perfetti, ma soggettivamente noiosi, di quella noia senechiana che partiva dalla prima riga e ti invadeva la vita intera, quando alla precisa successione di date, luoghi, frasi fatte si intervallavano le litanie dei rosari con mia nonna, le code interminabili ai caselli dell'autostrada, la nebbia in Val Padana. Qui, per fortuna, le corrispondenze sono decisamente migliori, con i profumi che si diffondono dal forno e che portano con loro le lusinghe di momenti di assoluto conforto e gioia (perché sì, fare i biscotti dà gioia, dà gioia regalarli, dà gioia mangiarli, da soli o in compagnia): ma Martha Stewart é un'altra cosa. 

Ci vediamo a gennaio, con un nuovo Starbook!

Alessandra 

P.S. gli auguri, tutti nel prossimo post!


venerdì 30 giugno 2023

PERSIANA EVERYDAY: TIRIAMO LE SOMME?




In questi lunghi anni di Starbooks - che diventano ancora piú lunghi con l'approssimarsi della pausa estiva- una cosa abbiamo dovuto imparare, nostro malgrado: che i libri di cucina, al pari di tutto quello che viene messo sul mercato, sono prodotti commerciali. 

Nessuna novitá, sia chiaro: lo dovette imparare anche Artusi, a sue spese, dopo i reiterati rifiuti degli editori a pubblicare un manoscritto secondo loro privo di un target di riferimento. E anche se, da allora, qualche eccezione c'é stata, la regola resta sempre la stessa: per quanto sincera possa essere l'ispirazione di un ricettario, ci sará sempre la mano dell'editore pronta a intervenire con tutte le modifiche necessarie per assicurarsi l'unica cosa che gli importa, vale a dire i profitti. 

Duole iniziare cosí l'ultimo Tiriamo le Somme prima delle vacanze, ma questo é stato purtroppo il leit motiv di molti dei libri esaminati in questi ultimi tempi: tutti prodotti pregevolissimi, sia chiaro, anche dal punto di vista della confezione, ma tutti desolatamente indirizzati verso una direzione giá decisa e tristemente prevedibile. Finita l'epoca della salute nel piatto, smorzatisi gli echi della sostenibilitá in cucina, il ruolo di Musa ispiratrice tocca oggi alla "semplicitá", declinata in tutte le sue forme, dalla brevità dei tempi alla facilità delle tecniche. 

A scanso di equivoci: chi scrive, ormai, ha delegato al forno la maggior parte degli sforzi per preparare i pasti e le rare volte che affronta una ricetta "seria", passa i giorni successivi a chiedersi "perché", di fronte al disordine, alla pila di ingredienti che stazioneranno per mesi sugli scaffali, alle tiepide reazioni di convitati comunque sazi, di appetito e di curiosità. 

Quindi, ben venga il connubio facile&veloce a salvare i pasti di casa mia e della stragrande maggioranza delle persone che conosco, anche di quelle in cui arde ancora il fuoco della passione. 

Tuttavia, quanti libri di ricette facili&veloci dobbiamo ancora comprare? 

Alzo gli occhi sui miei scaffali e faccio un inventario. Soltanto i libri che si intitolano "Simple" o "Simply" sono una decina: Ottolenghi, Nigella, la stessa Ghayour, Jamie Oliver, Julia Thurshen, tutto lo stuolo delle Statunitensi di penultima generazione e via dicendo. Poi abbiamo la sezione con la "One- pan - one tin", tutto in pentola o tutto in teglia.  Poi quella dei 10 minuti o dei 5 ingredienti e, infine, l'apoteosi dell' Easy, declinato davvero a tutte le latitudini, di questo e degli infiniti mondi ancora da esplorare ma dove, giá si sa, impera la cucina facile. 

E questo solo in una libreria privata, sicuramente ben fornita, ma ben lontana dall'ospitare tutti i titoli che si trovano in commercio e che sono tante variazioni sullo stesso tema. 

E la domanda allora è: siamo sicuri che si possa dire ancora qualcosa di nuovo, sull'argomento?

Credo che la risposta si sia colta, in tutte le note critiche alle ricette che abbiamo preparato in questo mese: nulla da dire sulla precisione delle spiegazioni, sull'esito dei risultati, sulla fedeltà alle premesse che promettevano quello che in effetti si è trovato: una cucina in stile Ghayour, resa semplice nelle tempistiche e nelle tecniche. A mancare sono state le scintille di entusiasmo, quelle che si accendono di fronte a una ispirazione originale che poi confluisce in ricette capaci di portare una folata di aria fresca nelle nostre cucine e, con quella, gli "effetti wow" che a ben guardare sono ció che preserva la cucina semplice dalla noia.

In tutta onestà, la Ghayour aveva raggiunto questo risultato nel libro precedente, il Simply che ho giá citato e che mi permetto di richiamare solo per ribadire che stiamo comunque parlando di una autrice che occupa a buon diritto i piani piú alti della categoria: ogni suo libro, anche il meno riuscito, è sempre una garazia di successo e Persiana Everyday non fa eccezione. Se non avete altri libri sull'argomento, se vi interessa la cucina fusion in salsa contemporanea, se non avete timore di provare sapori nuovi, questo libro è quello che fa per voi. 

Altrimenti, lasciate perdere. 

Ci vediamo a Settembre e buone vacanze a tutti!

mercoledì 31 maggio 2023

THE JOY OF BETTER COOKING: TIRIAMO LE SOMME?




Alice Zaslavsky è scrittrice adorata qui allo Starbooks e, se avete seguito con attenzione la disamina delle sue ricette in queste settimane, credo ve ne siate tutti accorti. Una sfilza di promozioni, molte delle quali entusiaste, che la confermano come una delle voci piú fresche e creative del panorama degli autori contemporanei. A ció si aggiungono la vena di allegria che palpita nelle sue ricette e la gioiosa spontaneitá della sua cucina, lontana anni luce dalle guru ispirate e grinzose che, mentre predicano l'immortalitá a tavola, ci fanno invocare la morte, qui e ora, di fronte alle loro proposte gastronomiche, beveroni verde-Hulk inclusi. 

La caratteristica che maggiormente avevamo apprezzato nel suo primo libro era stato proprio quel perfetto equilibrio fra lo spessore dei suoi contenuti e la levitá del suo approccio, tradotto anche graficamente in un'opera che metteva allegria sin dalle prime pagine. Perché Alice tutto è fuorché una sprovveduta: certo, in un mondo dove tutti pontificano non tirarsela puó essere un rischio, ma la sua competenza è solida ed è proprio quella che dá profonditá alla leggerezza e crea quel dialogo tutto speciale con i lettori, consapevoli di essere in buone mani, da un lato, ma a proprio agio con qualsiasi preparazione, come se tra lei e loro non ci fossero distanze. 

Sará stato per questo, allora, che il suo secondo libro ha immediatamente inaugurato un cambio di rotta, nel leggero disappunto di chi, come noi,  aspettava una seconda puntata su quelle verdure riscattate dagli abusi di questi ultimi anni grazie ad un approccio fresco e originale. Il tema, questa volta, era un altro, sicuramente sintonizzato sulle corde dell'autrice ma decisamente piú vasto e piú ambizioso: un ricettario che avesse come ispirazione quella gioia del cucinare perduta nei meandri del salutismo, dell'ecologismo, del gastrofighettismo  a cui ci siamo dovuti arrendere, in questi ultimi anni. 

Idea bellissima in teoria, molto insidiosa nella pratica e spiace dire che non tutto è andato secondo i piani. Perché, accanto ad alcune ricette portentose, destinate a diventare dei classici nelle nostre cucine, abbiamo registrato troppe imprecisioni e qualche errore oggettivamente non giustificabile (le cotture del riso, l'approccio ai lievitati) che ci ha fatto fare un passo indietro sulla strada dell'entusiasmo. 

Sia chiaro: i libri brutti sono tutt'altra cosa. Ma qui siamo allo Starbooks, vale a dire dalla parte di chi cerca libri di cucina di cui fidarsi, nella convinzione che basti seguire le ricette alla lettera per ottenere i risultati promessi. É uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, insomma, anche quando si preferirebbe liquidare la faccenda con qualche formuletta salva-amici, salva-reputazione, salva-followers. 

E dunque, è un ni: l'idea di partenza non era male anche perché, come detto sopra, le carte in regola per ambire a diventare una sorta di Nigella Lawson dell'altra parte del mondo ci sono tutte. Stessa attitudine nei confronti del cibo, stessa visione a 360 gradi (ogni ricetta rimanda a un'altra, in qualche altro angolo di mondo), una buona capacitá di scrittura (la stessa no, sorry: Nigella é ineguagliabile). 
A mancare, forse,  è l'esperienza (e questo lo dico fra parentesi, come esercizio di dietrologia: ma se gli editori dessero ai loro autori il tempo di maturare, probabilmente avremmo meno libri in commercio, ma di qualitá sicuramente migliore). Quell'esperienza che fa rima con pazienza, che ti impone di pesare tutti gli ingredienti, di controllare al nano secondo i tempi di cottura, di misurare le teglie, di non saltare i passaggi, di cimentarsi con piatti che si conoscono bene (la carta da forno  nella teglia della focaccia, Alice, con tutto il rispetto, non si puó sentire) e tante piccole imprecisioni che all'occhio di un lettore esperto possono anche passare per peccati veniali, ma che possono determinare dei veri e propri insuccessi per il pubblico a cui la Zaslavsky espressamente si rivolge, cioé chi si tiene lontano dalla cucina perché ne teme le insidie e ne ha paura. 

Ció detto, Alice  Zaslavsky resta ancora nel novero degli autori che amiamo e non sará questo passo falso a farci cambiare il giudizio su di lei. Sará il prossimo libro, il luogo di un "Tiriamo le somme" piú articolato e definitivo, quello in cui capiremo se il suo potenziale si è finalmente espresso come supponiamo che debba fare o se, invece, dovremo rimpiangere la solitudine di In Praise of Veg (che resta uno dei libri piú belli mai passati allo Starbooks). 

Ma se l'appuntamento con Alice è spostato a data da destinarsi, quello con voi  è invece programmato a breve, al secondo lunedí di giugno, il mese in cui per tradizione ci salutiamo, prima della pausa estiva. Lo faremo con un ultimo libro, attesissimo e famosissimo, che non vediamo l'ora di mettere alla prova. 
Ci vediamo fra due settimane!
Alessandra 

venerdì 28 aprile 2023

OTK- EXTRA GOOD THINGS: TIRIAMO LE SOMME?


Una trentina di anni fa, precisamente nel 1992, vedeva la luce negli USA il primo numero di Cook's Illustrated. Erano gli anni in cui si gettavano i semi per il boom dell'editoria gastronomica del decennio successivo, quelli in cui Ruth Reichl si faceva le ossa nella sezione Food del NYTimes, Food Network segnava la svolta con il primo canale esclusivamente dedicato al cibo, Condé Nast iniziava a colonizzare il web con le ricette di Epicurous, prima, e di Bon Appetit poi. Preistoria, insomma, ma noi c'eravamo e ricordiamo ancora l'entusiasmo genuino per progetti che a quei tempi rasentavano il margine dell'incredibile, investendo su un argomento fino ad allora relegato a rubriche per appassionati. 

Quello che differenziava Cook's Illustrated dalle altre pubblicazioni non era tanto la cucina in redazione (quella ce l'aveva pure la nostra, gloriosissima, Cucina Italiana), quanto l'approccio rigorosamente scientifico che vi si praticava. Lo scopo dei redattori, cioè, non era tanto quello di pubblicare ricette tradizionali o innovative, locali o etniche, quanto semmai lo scoprire la formula per garantire il risultato perfetto. 

Ai fornelli si affiancavano cuochi e chimici, pronti a fondere pratica e teoria, alla ricerca delle proporzioni esatte fra temperatura, peso, tempi di cottura, ivi compresi i mille trucchi che garantivano l'infallibilità, sotto forma di un roastbeef con la giusta sfumatura di rosa, di una patatina fritta croccante fuori e morbida dentro e via dicendo. 

Negli anni, la cucina si trasformò in un luogo di culto, una piazza d’armi di 500 mq popolata da cuochi e gourmand, scienziati e fotografi, giornalisti ed editori, a cui venne dedicato un programma televisivo ancora in corso- America's Test Kitchen- con pubblicazioni sempre più frequenti che gli adepti aspettano come manna dal cielo: negli anni, le ricette si sono più "ammorbidite", smussando il rigore dei primi tempi e aprendo a suggestioni più fantasiose, ma il principio resta immutabile: rigore, rigore, rigore. 

In Ottolenghi Test Kitchen, che senza troppi sforzi potremmo definire come la risposta britannica a quella statunitense, la parola magica è , invece, creatività. 

Erano creative le ricette del primo volume, quelle che ci invitavano a svuotare gli scaffali, ammantando di gioia concetti altrimenti un po' tristi, come lo svuotafrigo o il "con quello che c'è". E sono ovviamente creative le ricette di questa seconda tappa, al cui titolo - già di per sé golosissimo - si affianca una prefazione che non lascia adito a dubbi: che la fantasia prenda il potere - della nostra lista della spesa, della nostra cucina, della nostra dieta - e lo faccia nel segno del suo fondatore, quell’Ottolenghi che ha appena festeggiato i 20 anni del suo brand e che continua ad essere una fonte di inesauribile ispirazione, anche quando non direttamente impegnato.

Il risultato sono state le ricette che avete visto in queste settimane e che sicuramente vedrete ancora sui singoli blog e profili dei componenti della squadra dello Starbooks- perché ogni nuovo libro che porta il nome di Big Y. è un rinfrescare l'innamoramento che a lui ci lega dalla sua prima pubblicazione. Questo è il libro in cui una Parmigiana di Melanzane può accendere nuovi entusiasmi, con un semplice guizzo che non tradisce la via vecchia ma illumina quella nuova; in cui un crumble di pinoli trasforma un piatto di peperoni arrosto; in cui ci si accorge che certi cibi danno il meglio di loro stessi se cotti in maniera differente da quella tradizionale- e come abbiamo fatto a non pensarci prima; e decine di altre sorprese che ci hanno entusiasmato, incuriosito, sfidato- e che ora ci lasciano soli con una domanda: quando esce, il prossimo?

Ci vediamo a Maggio, con il nuovo Starbooks!

Alessandra


venerdì 31 marzo 2023

TAVA: TIRIAMO LE SOMME?

 

 


Da un po' di anni a questa parte, ogni volta che leggo le recensioni dei libri di cucina metto in preventivo che non troverò nessuna delle qualità per cui gli aggettivi si sprecano (by the way, devono costare pochissimo, visto l'abuso che se ne fa). Fa parte del marketing, sia chiaro, e non si  staccano assegni per un grande nome del settore perché si pronunci con timidezza sul prodotto che si  deve lanciare: è la stampa, bellezza, e lo è anche nei meandri più oscuri del dietro le quinte. Però, da consumatore vorace quale sono, ho elaborato anche io le  mie strategie di difesa, che scattano con riflessi pavloviani a ogni frase ad effetto: stunning, vibrant, gorgeous sono il minimo sindacale, da "una sfogliata e via",  "a must have book" lascia intuire provvigioni sulle vendite, "a natural talent/genius" significa che oggi tocca a te, ma domani stai sicura che toccherà a me e via dicendo. Anche quando il libro finisce nel carrello- leggasi: dopo che l'ho analizzato con lo stesso sguardo con cui mia madre mi osservava mentre stavo a tavola - la curiosità di vedere quanto il traino della recensione corrisponda realmente ai contenuti resta. E credo sia superfluo aggiungere che, per la maggior parte delle volte, non trovo corrispondenze. 

Tuttavia, ci sono le eccezioni e Tava è una di queste: perché tutto il coro di lodi che ne ha accompagnato l'uscita ha trovato fondamento, nella disamina dello Starbooks. Che è sempre più severo della media (toh: non ci pagano), più sobrio e meno enfatico, per cui sì, qualcosa che non funziona l'abbiamo scovato, in un editing un po' frettoloso che, se non inficia la comprensione della ricetta,  comunque disturba. Ma per il resto, è tutto come promesso. 

"A joy and an education" è la sintesi di Diana Henry e non potremmo essere più d'accordo. Dietro a Tava si percepiscono anni di studio matto e disperatissimo, approfondito sui libri e sul campo e condensato in una selezione di ampio respiro, presentata in maniera accurata e mai pedante, in un viaggio goloso che rallegra gli occhi ma educa la mente, ampliando i nostri orizzonti con saperi antichi e nuovi che si condensano in tradizioni millenarie e che Irina ci invita a riattualizzare, anche nelle nostre cucine. 

"A must-have, not just for enquiring bakers but, crucially, for all those interested in the context and evolution of culinary culture", è il consiglio di Nigella Lawson e questa volta con pieno fondamento, visto che possedere Tava è d'obbligo per chi ha una passione per il cibo che oltrepassa le soglie della propria casa, per fare capolino in quelle degli altri. Da Irina, poi, troveranno porte spalancate, in un profluvio di generosità che ricalca il vincolo sacro della memorabile ospitalità dei Paesi dell'Est e che spazia dal gran numero di ricette raccolte alla dovizia di particolari con cui ciascuna è spiegata, fin nei minimi dettagli. 

In questo senso, Tava è la continuazione ideale di Carpathia, il libro con cui Irina ci ha svelato i segreti della cucina romena, mettendo in evidenza le connessioni e i dialoghi con le altre culture. Ma se nel primo libro queste erano una delle tante chiavi di lettura, in una raccolta di ricette giocoforza ampia, ora che il focus si restringe ai dolci, ecco che questa diventa la vera prospettiva per comprendere a fondo lo spirito dell'opera, nel particolare, e quello della tradizione gastronomica romena, in generale: una cucina che trae la sua identità dalla costellazione di culture che hanno trovato il loro punto d'incontro in questa terra, diventando l'espressione più piena della sua calda accoglienza. 

Un "must-have" insomma - e questa volta, per davvero. 

Ci vediamo ad Aprile, con il prossimo Starbooks 

Alessandra

martedì 28 febbraio 2023

MEZCLA: TIRIAMO LE SOMME?


La prima volta che mio padre mi ha portata allo stadio era la primavera del 1970. Avevo 4 anni, mi addormentavo fra un tempo e l'altro, ma poi seguivo con interesse tutto quello che accadeva sul campo. Mio papà era un grande allenatore, capace di imprimere a tutte le squadre che allenava la grinta necessaria per vincere e anche se, da tifoso, gli toccava ben altra sorte, non lasciava che il verdetto delle partite offuscasse la sua capacità tecnica. Mi spiegava tutto, dalle azioni alle qualità dei giocatori che preferiva, tanto che, una decina di anni dopo, ero convinta di saperne abbastanza pure io. Capivo alla prima occhiata le disposizioni delle squadre in campo, vedevo i fuorigioco, indovinavo pure le pagelle del giorno dopo, da tanto tutto si incasellava, nei parametri che avevo imparato. 

Se non che, un giorno, ci fu un Genoa Napoli. 

Ero già grande e le nostre domeniche allo stadio avevano lasciato il posto a passioni diverse, seguite ciascuno per conto proprio. Ma, quella volta, tornammo insieme allo stadio, lui più disilluso, io ben felice di rispolverare le mie antiche conoscenze. 

Non si era arrivati al primo quarto d'ora che, però, non mi tornava più niente. La colpa non erano gli schieramenti (li individuavo ancora), né i fuorigioco (beccati tutti) e neppure un calcio più moderno, rispetto a quello di tanti anni prima. La "colpa" era di quel numero 10 con la maglia azzurra che faceva il bello e il cattivo tempo, plasmando il gioco con maestria, genialità e fantasia. 

Lo osservavo ora sorpresa, ora ammirata, ora divertita, ora esaltata - ma sempre incapace di trovargli un ruolo, fra i tanti che mio papà mi aveva spiegato in tutti quegli anni. E quando, desolata, avevo alzato gli occhi verso di lui, con una muta richiesta di spiegazione, mio padre aveva sorriso e aveva detto: "Finora, hai visto dei campioni. Ma questo è un fuoriclasse"

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Questo Tiriamo le Somme avrebbe dovuto avere un altro incipit: lo avevo anche già scritto, a dire la verità- una roba lamentosa in cui mi lagnavo di non sapere più che cosa dire, visto l'alto livello dei libri che scegliamo qui allo Starbooks: onestamente, sono tutti ugualmente belli, tutti ugualmente affidabili nei contenuti, fascinosi nella grafica, lodevoli in un concept che mette sempre in primo piano le urgenze della contemporaneità, senza però perdere di vista la credibilità dei risultati. Facciamo un gran lavoro di selezione, nel dietro le quinte, esaminando con scrupolo tutte le novità del mercato, e c'è poi la parata delle ricette, esaminate con altrettanta cura e precisione. Alla fine, il Tiriamo le Somme rischia di essere superfluo, a corto come sono di aggettivi per definire l'impeccabilità dei nostri libri. 

Ma, per fortuna, è arrivata Ixta Belfrage che sta a quest'ultima ondata di autori come Maradona ai suoi colleghi: una fuoriclasse in un mare di campioni. La sua è una di quelle bravure che, pur spiccando su tutto, non va a detrimento degli altri: mentre corre per conto suo, mescolando sapori e inseguendo armonie come nessuno aveva più fatto, in questi ultimi anni, illumina tutto quello che le sta intorno, fossero anche i libri dei nostri scaffali che, alla luce del suo genio, trovano quella spinta che loro mancava. Ma, soprattutto, illumina la nostra cucina, fa rinascere i nostri entusiasmi, ci restituisce quella curiosità e quell'interesse che si erano un po' spenti, in mezzo ad una perfezione che iniziava ad assumere le sfumature della noia. Con Mezcla, c'è una sorpresa ad ogni pagina e senza che questo metta in ombra le istanze della contemporaneità di cui sopra: la cucina di Ixta Belfrage è attuale perché  inclusiva e sostenibile, ma l'originalità con cui affronta questi temi non solo ne fonda la maturità, ma eleva di diritto la sua prima opera al rango dei classici, senza se e senza ma. 

E anche se non so se il futuro della cucina porterà l'impronta di questa ragazza (me lo auguro, ma temo di no), di una cosa sono certa: il futuro di Ottolenghi si chiama Ixta Belfrage. E ci accomodiamo al loro tavolo, sicuri che ci verranno offerte altre meraviglie. 

Ci vediamo a Marzo, con il nuovo Starbook!



martedì 31 gennaio 2023

YOUR DAILY VEG: TIRIAMO LE SOMME?

 

Confesso che, mentre nei giorni scorsi pensavo a che cosa scrivere in questo Tiriamo le Somme, mi son ritrovata più volte a riflettere sui meccanismi che regolano l'editoria, dominati sempre e comunque dalla necessità di fare cassa. È il mercato, bellezza, ed è inevitabile che sia così: ma a volte preferirei che si evitasse di pubblicare libri tutti uguali, spesso con il solo pregio di cavalcare la moda del momento. 

Oggi, per esempio, sta spopolando la cucina delle verdure. Non necessariamente vegetariana, solo casualmente vegana, ma con la precisa volontà di mettere al centro delle varie ispirazioni il meraviglioso mondo dei vegetali, sia perché fanno bene, a noi e al pianeta, sia perché si prestano ad abbinamenti nuovi ed inconsueti, aprendo anche a ingredienti che o non compriamo o non utilizziamo, sospesi fra l'ignoranza e il timore di rovinare il piatto. 

Visto che, con l'età, mi sono definitivamente riconciliata con i prodotti dell'orto e ogni scusa è buona per comprare libri di cucina, la sezione "vegetali" si è ampliata a dismisura, a casa mia, in questi ultimi 2-3 anni:  neanche a dirlo, ho accumulato volumi assolutamente inutili, per contenuti e ispirazione, anche se bene agghindati nella grafica e molto ben spinti dal coro delle recensioni (quello che rima con "capolavoro", ovviamente). Tant'è vero che, quando si è sparsa la voce che il marito di Olia Hercules - perché tale era, agli inizi e sì, succede anche a parti invertite - stava per esordire con un libro sulla cucina vegetariana, la mia prima reazione non è stata quella di far spazio sullo scaffale. "Un altro?", mi son detta, pensando a tutti quei contorni col miso, zuppe con tahini, hamburger di lenticchie e altre ricette che, a ben guardare, altro non sono se non variazioni sullo stesso tema. 

Invece, dopo un mese di Starbooks, mi son dovuta ricredere: perché l'operazione che riesce a Joe Woodehouse non è, finora, riuscita a nessuno dei suoi colleghi o, quanto meno, non così bene. La sua non è la cucina coi mille ingredienti di Ottolenghi e neppure quella ortodossa dei grandi autori vegetariani e vegani: semplicità e rilassatezza sono le sue parole chiave che si declinano nel sollievo del "con quello che c'è", ancor prima che nella facilità di esecuzione (che le ricette, oggi, o son facili o non le fa nessuno). Ma la sola prospettiva di aprire il frigo e poter utilizzare quello che si trova, senza dover partire con una lista della spesa che, da sola, implica un viaggio, è già un punto a favore del libro. Il resto, come dicevo, lo fanno le ricette, talmente divertenti e innovative, senza essere astruse, da invogliare a mettersi ai fornelli. 

Prova ne è che abbiamo ricevuto tanti feed back entusiasti da voi lettori che, in 5 minuti, avete deciso di preparare questo o quel piatto, con l'entusiasmo non intaccato dalla necessità della conta degli ingredienti o dall'ansia da prestazione (nota per le prossime volte: se l'entusiasmo vi concedesse anche il tempo di una foto per il Redone, ve ne saremmo grati 😊).

Di conseguenza, il verdetto, questa volta, è una faccenda collettiva, come non ci capitava da un po'. Lo accogliamo anche come buon auspicio per i prossimi libri, per i quali vi diamo appuntamento dal prossimo mese, sperando che ci accompagnino in un viaggio fra i sapori piacevole e divertente come è stato quello con The Daily Veg (e sì, ve lo consigliamo moltissimo, se non si fosse ancora capito).

Dita incrociate, dunque - e ci vediamo a Febbraio!

lunedì 31 ottobre 2022

A GOOD DAY TO BAKE: TIRIAMO LE SOMME?


 Quello che segue sarà un Tiriamo le Somme breve, di necessità, visto che son stata messa KO da una influenza micidiale e anche se ora sto meglio faccio ancora fatica a tenere gli occhi aperti di fronte allo schermo. Tuttavia, ad essere sincera, temo che lo sarebbe stato comunque. Perché A Good Day to Bake si è rivelato uno di quei libri di cui c'è poco da dire: perché è bello, è ben fatto, ha un corredo di ricette che soddisfano tutti i palati e tutti i gusti, non è pedante, senza essere superficiale, non è un "de ja vu" senza essere un "famolo strano a tutti i costi". Benjamina Ebuehi si conferma una voce interessante, nel panorama delle nuove leve e se le ricette che lo Starbooks ha selezionato e provato vi ispirano al punto tale da azzardare un acquisto, non saremmo certo noi a trattenervi. 

Nello stesso tempo, però, non ci siamo emozionati. E questo a dispetto di ricette che saranno replicate fino alla fine dei tempi, di procedimenti diversi dal solito, di abbinamenti di sapori insoliti ma convincenti: ma la personalità vera, quella che fa immediatamente riconoscere un piatto come di questo autore e di questo solo, quella, ahimè, non si è vista. 

Dettagli, direte voi- e siamo d'accordo. 

Ma allo Starbooks siamo esigenti da sempre- e invecchiando, peggioriamo!

Ci vediamo a Novembre!

Alessandra

venerdì 30 settembre 2022

NISTISIMA: TIRIAMO LE SOMME?


 

 

 

 

Delle tre grandi religioni monoteiste- il Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islamismo- l'unica che non contempla restrizioni alimentari di alcun genere è la prima. Nel Vangelo, così come in tutti gli altri testi del Nuovo Testamento, l'insistenza è semmai sulla neutralità del cibo, con un messaggio modernissimo che sposta il peccato dall'oggetto al soggetto: non sono i cibi, ma le coscienze di chi li consuma ad essere puri o impuri, così come non è una dieta, ma la condotta a distinguere i Cristiani dagli altri.

Se qualcuno di voi è sorpreso, di fronte a questo incipit, niente paura, perché siete in buona compagnia: le prescrizioni alimentari successive, condensate tutte in quel "mangiare di magro" che ha contraddistinto la Cristianità per secoli, hanno fatto sì che si perdesse di vista l'originalità del messaggio: "colpa" della sua modernità, come dicevo prima, e della conseguente incapacità di trovare strumenti di comunicazione adeguati, sia per chi doveva comunicare questi contenuti, sia per chi doveva riceverli. 

Gli uomini, infatti, hanno bisogno di regole ed è per questo che la Chiesa, sin dai primi tempi, elaborò dei modelli alimentari sulla base delle circostanze contingenti:  e così, nel giro di pochi secoli, quello che appariva come una prodigiosa dichiarazione di libertà divenne una asfissiante declinazione di “si fa” e “non si fa”, in cui all’aspetto mai rinnegato della soggettività si aggiunsero anche precetti esterni spesso imposti con severità e rigore.

il più celebre riguarda l'astensione dalla carne, un alimento tradizionalmente associato all'uccisione e quindi al tabu del sangue che però, in Occidente, era portatore di valenze positive, espressione di un potere fondato sulla supremazia fisica e sulla forza. La carne -e nello specifico, la carne arrosto, meglio ancora se di volatili- era da sempre il piatto dei potenti, che ne facevano un largo consumo in pubblico, a sottolineare la loro forza e il loro potere. Aver poco appetito, nel Medioevo, era segno di debolezza politica e non è una leggenda -ma storia vera- che Carlo Magno non volle seguire i consigli del suo medico, che lo supplicava, se non proprio di evitare la carne, almeno di mangiarla lessata, per contenere i dolori della gotta che lo afflisse sul finire della sua vita. Il potere e la gloria, a quei tempi, passavano per un piatto abbondante di carne arrostita, e guai a non spolpare fino all’ultimo ossicino. La rinuncia alla carne, quindi, diventava rinuncia non solo all’impuro, ma anche al “buono”, diventando e misura del merito dell’astinenza (se mi astengo dal mangiare cose buone, la mia astinenza vale di più) e anche monito ad una vita parca, lontana dalle lusinghe del potere e dei piaceri terreni.

Una volta superato questo empasse, decretare divieti alimentari divenne lo sport preferito dell’epoca, al punto da trasformare l’eccezione del “mangiare di magro” in una vera e propria regola. I giorni del calendario liturgico che vietavano la carne ammontavano a quasi un terzo del totale, con l’inevitabile sdoganamento dei cibi alternativi e della creazione di piatti che finirono per costituire l'ossatura di una tradizione alimentare europea, diversa nella selezione dei prodotti, ma uguale nella ispirazione. 

Da anni, la sottoscritta replica alle elucubrazioni delle cosiddette nuove cucine vegetariane e vegane, invocando un ritorno al passato. Le ricette perfette sono nelle memorie dei nostri nonni, nei ricettari regionali del secolo scorso, nelle tradizioni che si celebrano di casa in casa, nella semplicità della tavola quotidiana: è qui che va ricercata la nostra identità e c'è voluto Nistisima, di Georgina Hayden, per metterci sotto il naso quello che, troppo spesso, ci ostiniamo a non voler vedere. Il lavoro di ricerca sotteso a questa pubblicazione è stato immenso e prezioso, anche nello sforzo di non tradire le radici, pur abbellendole con vesti nuove. Il risultato è un libro di ricette che può essere utilizzato tutti i giorni, con buona pace della nostra salute, anche spirituale :), del nostro portafoglio, di un km zero che assume sempre più il carattere di una scelta obbligata ma che può declinarsi in mille modi diverse, grazie ai suggerimenti dell'autrice. Ed è un libro che parla anche al nostro cuore, rispolverando le nostre origini, la nostra identità, il nostro essere fratelli e sorelle in un cibo che è nutrimento del corpo e dell'anima- astuzie dell'intelligenza comprese. 

Un libro da tenere in cucina, ma anche sul comodino e persino sul tavolo del salotto, vista la bellezza della sua veste editoriale.  

Un libro da leggere, da utilizzare, da regalare, certi di essere ringraziati in eterno. 

Un libro che emoziona, come non ci capitava da tempo. E ci rende felici, per averlo condiviso con voi. 

Ci vediamo ad Ottobre, con il prossimo Starbook!

Alessandra

giovedì 30 giugno 2022

PINCH OF NOM: TIRIAMO LE SOMME?

 


Anche se, sia detto con la massima sincerità, ci siamo divertiti a cucinare da Pinch of Nom, è evidente che nessuna delle ricette che abbiamo scelto, da sole e nel loro insieme, valga a giustificare i record di vendita e il successo anticipati nell'introduzione. Al di là di un prodotto ben confezionato e di contenuti gradevoli, infatti, questo libro non ha nulla, dal punto di vista strettamente editoriale, che lo renda unico o indispensabile. 

La ragione del suo successo va dunque ricercata altrove, precisamente nel contesto tutto britannico che fa da sfondo principale ai problemi legati all'alimentazione: non disturbi alimentari (che quelli, ahimè, son malattie e sono trasversali a ogni strato sociale) ma agli errori che si fanno nella dieta quotidiana e che portano a conseguenze sul piano della salute, su tutti l'obesità. Un contesto che vede andare a braccetto, da oltre un ventennio, il disagio sociale con la pressoché totale assenza di cibo cucinato. 

E' un problema gravissimo, portato alla ribalta internazionale qualche anno fa da Jamie Oliver e dalla sua Fondazione , che va di pari passo con la diffusione del cosiddetto junk food che non è solo il cibo spazzatura comunemente identificato con patatine, bibite gasate, creme spalmabili, ma abbraccia tutto un mercato inimmaginabile per gli standard italiani, relativo al cibo pronto. Questo è presente in tutti i supermercati, di qualsiasi fascia, in maniera massiccia e preponderante: non c'è piatto che non sia riprodotto, confezionato, messo in bella vista e, soprattutto, venduto a prezzi estremamente più bassi che il cibo da cucinare. Una zuppa di carote da Waitrose (lo so perché l'ho comprata) costa poco di più dei suoi ingredienti (qui avete il prezzo di 600 g di carote, ma non ci sono solo quelle), senza contare il gas e le pentole da pulire e il tempo. E senza contare, più di ogni altra cosa, che chi va da Waitrose non ha la minima idea di che cosa sia il disagio sociale: tant'è che nei supermercati a buon prezzo, le zuppe quasi non esistono. Ci sono pies, hamburger, fishcakes, Mac&Cheese, instant noodles, più una serie di abomini che noi non riusciamo a concepire ma che sono sempre in cima alle vendite e che, soprattutto, costano troppo poco per non far venire qualche dubbio. Ma tutto va bene, purché non lo si debba cucinare. 

Pensate che qualche anno fa, i produttori di cucine non di lusso avevano registrato una tale flessione negli acquisti da ipotizzare di toglierle dal mercato: non a caso, la cucina è la grande assente dalla vita di queste famiglie, sostituita da microonde e da bollitori. E, altrettanto non a caso, tutti i programmi di rieducazione e di reinserimento partono anche da qui, dalla "costruzione" di un focolare, per creare quelle fondamenta di socialità che sono radicate nella cultura del cucinare, inteso proprio come atto che afferma e cementa le relazioni e gli affetti. 

Questo è, quindi, il contesto imprescindibile per comprendere le ragioni del successo di Pinch of Nom: un terreno fertile, su cui da anni battono un po' tutti, dai media alla politica, che ha portato, come primo frutto, una sensibilizzazione generale e diffusa. Parlare di ritorno alla cucina come arma contro la bilancia, in Gran Bretagna richiama mille altre istanze, tutte riconducibili ad una nuova costruzione del sé, fondata sul prendersi cura, di sé stessi e degli altri. A questo, si aggiungono modalità tutte contemporanee, non ultimo il processo di identificazione con due persone che sono ancora ben lontane dal raggiungere la mèta. Quella che, 10 anni fa, sarebbe stata valutata come una partenza ad handicap ("per principio, non vado da una dietologa grassa!", quante volte lo abbiamo sentito?), appare oggi come una comfort zone, un modo per azzerare le distanze e sentirsi tutti vicini, nel lungo percorso per la riconquista del peso forma. 

Sono queste le ragioni che hanno portato alla formazione della community, prima, al milione di followers poi e, alla fine, al successo editoriale senza pari. A ciò, ovviamente, si aggiunga un prodotto serio, elaborato in modo da inserirsi in qualsiasi dieta, con ricette che risentono sì dei gusti del popolo inglese (come dite voi "acqua sporca"? "Soup"?) ma che incontrano facilmente anche i nostri. 

Un successo quindi meritato, con cui ci piace concludere questa prima parte dell'anno dello Starbooks. Molto ci attenderà anche nella seconda - anzi, siamo già al lavoro da un po', per presentarvi le novità editoriali del 2022 e, soprattutto, per provarle assieme a voi. 

Con l'augurio di ritrovarci a settembre, riposati, abbronzati e- perché no?- anche un po' dimagriti, grazie a Pinch of Nom!

Buone vacanze a tutti!  


martedì 31 maggio 2022

THE UNOFFICIAL BRIDGERTON COOKBOOK: TIRIAMO LE SOMME?

 



Nel libro sulle Gioie della Maternità che avrei voluto scrivere, se non fosse che dopo quello nessuno avrebbe più voluto avere figli, un lungo e doloroso capitolo sarebbe stato dedicato all'attività agonistica. Che è roba che sommamente odio, per tutta una serie di ragionevoli motivi, e che, ovviamente, mia figlia ha praticato con assiduità, costanza, impegno e dedizione negli anni fra la fine delle elementari e le medie. 
Quando, cioè, era doveroso accompagnarla alle gare. 
Dove, ovviamente, si consumava il dramma. 
Non tanto per lei che, bontà sua, perdeva e vinceva con la stralunatezza di sempre, quanto, ovviamente, per la di lei madre, costretta a sfarinare il suo sistema nervoso al chiuso di malsani palazzetti dello sport popolati dalle famiglie felici che sono la naturale appendice degli aspiranti campioni - dai padri che alitano sul collo del povero allenatore, urlando ai propri figli consigli non richiesti, a madri che baciano la medaglia del figlio, in caso di vittoria o fanno notare che, comunque, la loro creatura è più bella/più brava a scuola/più tutto, in caso di sconfitta, per tacer delle mine vaganti e urlanti che prendono il nome di "fratelli minori", mentre i maggiori cercano un posto riparato dove recuperare un po' di quiete, fosse solo quella necessaria per elaborare un piano di fuga. 
Per fortuna, la natura ci ha dotati di un istinto di sopravvivenza che, in quel caso, si era canalizzato nella capacità di riconoscere i nostri simili: ragion per cui, non solo si faceva gruppo nei tempi morti (anzi: gruppetto: eravamo in schiacciante minoranza) ma si seguivano anche le gare dei rispettivi figli, bieco pretesto per togliersi dagli spalti e allontanarsi il più possibile dal branco. 
Nessuno dei nostri figli era particolarmente bravo, ad eccezione del bambino di due nostri amici che controbilanciava la mediocrità di tutti gli altri. Era un piacere osservarlo in gara, una gioia vederlo vincere e capitava spesso che i pomeriggi iniziati con la voglia di andar via si allungassero poi fino a sera, per assistere alle sue finali. 
In una di queste, il ragazzino aveva incontrato un avversario di gran lunga inferiore. Si era capito dalle prime battute, che sarebbe stata una gara facile e il punteggio non lasciava spazio a dubbi: al poveretto non riusciva neanche una stoccata e più quello si affannava, più l'altro guadagnava in lucidità e sicurezza. Si stava andando verso un clamoroso cappotto quando, a pochi minuti dalla fine e a vittoria già in tasca, il padre del campione si alza, scende giù dagli spalti fino alla pedana e, noncurante dell'allenatore, si avvicina al figlio e gli dice : "adesso, gli fai fare 2 o 3 punti. Perché un conto è vincere, un altro è umiliare". 

Ecco, questo è quello che mi è venuto in mente, come ispirazione per questo Tiriamo le Somme. Girarci intorno è inutile, anche perché vi sarete accorti tutti che questo non è né un libro di cucina, tout court, né un semplice ricettario. Le ricette che sono riuscite si contano sulle dita di una mano e molte di queste sono state salvate da giudizi benevoli, perfettamente adeguati allo spirito con cui abbiamo scelto e di conseguenza affrontato questo Starbook: avevamo bisogno di leggerezza e pensavamo di trovarla qui. 
Non è andata così, ma pazienza: in tutta onestà, dubito che le intenzioni dell'autore fossero quelle di scalare l'Olimpo dei food writer e se mai c'è una qualità che abbiamo apprezzato sopra ogni cosa è stato proprio l'approccio scanzonato, divertito, ironico e un po' irriverente che si respira in tutte le pagine, traducendo perfettamente, in questo caso, le stesse atmosfere di Bridgerton.
Alla fine, paradossalmente, ci siamo persino divertiti, noi a provare e voi a commentare: per cui, se la leggerezza era l'obiettivo, possiamo dire che è stato pienamente raggiunto. 
Ma il salvadanaio, lo teniamo buono per un'altra volta. 
Al prossimo mese, con l'ultimo Starbook prima delle vacanze! 

venerdì 29 aprile 2022

CLAUDIA RODEN- MED: TIRIAMO LE SOMME?

 

Qualche anno fa, ai tempi in cui decidemmo di immolarci alle richieste dei fan di Csaba Della Zorza e affrontammo uno dei suoi libri, ci trovammo di fronte a un dilemma: che fare, quando ci si ritrova con una sfilza di ricette che sulla carta risultano promosse ma che non smuovono di una virgola le nostre emozioni, meno che mai quelle che governano la voglia di cucinare? All'epoca, decidemmo di sfidare l'ira delle vestali e ce la prendemmo in ridere: perché, d'accordo, l'hot dog gourmand preparato con il miglior pane del vostro fornaio e la migliore salsiccia del vostro macellaio e la senape che avete comprato sfusa nella bottega di Digione, ordinandola in perfetto francese perché altrimenti perde di sapore, era impossibile che si rivelasse un fiasco: bastava assemblare gli ingredienti e il gioco era fatto. Ma da un libro di ricette ci si aspetta molto di più. 

Va da sé che ora debba chiedere scusa a Claudia Roden per il paragone, perché è evidente che i due termini siano del tutto incomparabili. Quello che però è uguale è il punto di partenza- e cioè che a volte, un'infilata di promozioni non significa di necessità una promozione del libro, tout court. 

Sia chiaro: Med è un libro bellissimo, ben fatto, completo, con ricette affidabili e un corredo grafico di assoluto livello. Si colloca di diritto in quella categoria di libri "da salotto", che non sfigurerebbero cioè accanto ai cataloghi e ai libri d'arte sul nostro tavolo da caffè (Csaba, esci da questa tastiera, grazie 😀).

Il punto, però, è che se cercate Claudia Roden, non è qui che la troverete. 

Quello che più abbiamo amato di questa grandissima scrittrice, infatti, è l'intimità della sua scrittura. Leggere un suo libro equivale ad essere presi per mano e accompagnati, lentamente, dentro le cucine dei vari Paesi del Mediterraneo, per scoprirne i segreti. Le sue pagine sono passeggiate in giardini pieni di profumi, di colori, di sfumature che Claudia ci insegna a riconoscere oppure a guardare con occhi nuovi. Le sue ricette hanno l'ineffabile sapore della profondità: sembra che escano da mondi del passato,  dalle carovane nel deserto,  dagli  scogli corrosi dal mare, dagli orti ombreggiati da olivi e limoni: ma tutte hanno la cadenza antica e rassicurante di un racconto vero, che nulla ha dello story telling posticcio dei nostri giorni e per questo avvince, seduce, incanta. 

Questo cercavamo in Med, l'opera  che si presenta come il riepilogo celebrativo di una carriera senza eguali- e questo, purtroppo, non abbiamo trovato. 

Resta, naturalmente, un bellissimo libro che non deve mancare sugli scaffali di chi già conosce ed ama questa donna meravigliosa che con la sua scrittura ha illuminato gli ultimi 50 anni dell'editoria gastronomica. Ma se ancora il nome di Claudia Roden manca, dalle vostre librerie, correte ai ripari con altri titoli. 

E nulla sarà più come prima. 

Ci vediamo a Maggio, con il prossimo libro!

Alessandra

giovedì 31 marzo 2022

GRAINS FOR EVERY SEASONS: TIRIAMO LE SOMME?

 

 

Credo sia la prima volta, nella storia dello Starbooks, che ci si trovi di fronte ad una spaccatura così netta, non della squadra, ma dei contenuti del libro: per quanto straordinario, infatti, il nostro giudizio è stato unanime, di fronte a prove che, da un lato, decretavano il successo dei piatti salati e, dall'altro, la quasi totale débâcle dei piatti dolci, quasi che dietro alla firma dell'autore si celassero invece due persone. 

Nelle ricette salate, c'è il Mc Fadden di cui vi avevo parlato nell'introduzione, il cuoco capace di sorprendere nella semplicità, di scovare sapori nuovi senza ingredienti astrusi, di rivitalizzare il già visto con un tocco di novità che è lì, a portata di mano- e come abbiamo fatto a non pensarci prima, verrebbe da dire. Tutto quello che aveva fatto innamorare i critici in Six Seasons si ritrova dunque in questo libro, strutturato in maniera un po' più consapevole, con ricette più pensate e un tantino più impegnative, imposte anche dall'argomento scelto, quei grani che di necessità richiedono più tempo e più invenzione per essere portati in tavola in modo diverso dal solito. 

Nelle ricette dolci, invece, non c'è traccia di tutto questo, o meglio: c'è, nella dichiarazione, non c'è,  nella resa finale. Al di là degli aggiustamenti tecnici a cui si è stati costretti, infatti, il giudizio negativo che ha visto la squadra compatta è nell'appiattimento dei sapori sul dolce che predomina a tal punto da vanificare anche il concept: che senso ha, ci siamo chiesti, mettersi alla ricerca di ingredienti diversi, consigliati proprio per conferire gusti e retrogusti insoliti, se poi alla fine le nostre papille gustative saranno seppellite da una colata di zucchero?

Il problema, ovviamente, è legato anche al pubblico per cui Mc Fadden scrive, vale a dire il mercato statunitense che, a dispetto delle campagne per la buona alimentazione che lo hanno bombardato in questi decenni, non riesce a trovare un punto di equilibrio: lo zucchero, cioè, o viene abolito del tutto oppure assorbito in dosi esagerate. Il che, sia chiaro, funziona per certi dolci della tradizione (penso alle versioni originali della New York Cheesecake o della Texas Sheet Cake che, pur richiedendo quantitativi esagerati di zucchero, vengono consumati fino all'ultima briciola): ma non regge in questo tipo di concezione che ha nell'armonia il suo punto di forza. 

L'ultima annotazione, visto che si parla di "pubblico": nella prefazione, Mc Fadden dice che si è convertito ai grani dopo un soggiorno -studio in Italia. Qui ha scoperto il farro e, successivamente, il resto di questo variegato e generoso mondo, a cui l'umanità intera deve parte della sua sopravvivenza e della sua identità. Quello che si è riscontrato, invece, in queste settimane di spesa, è che trovare i grani, in Italia, è difficile e costoso: non a caso, io li ho approfonditi  tutti a Singapore, grazie ad un produttore statunitense distribuito anche nei supermercati, sui cui scaffali si susseguivano farina di mais, polenta, la farina di fioretto, il grano saraceno, il farro, l'orzo, il miglio (per non parlare dei grani mediterranei e di quelli africani e sudamericani), metri e metri di prodotti e tutti  a prezzi assolutamente abbordabili. Da quando sono a Londra, è ancora meglio, visto che ad ogni passo ci sono negozi biologici che li vendono addirittura sfusi e, di nuovo, senza dover accendere un mutuo: il che invoglia a comprarli e a provarli e a sostituirli, visto che sono anche interscambiabili.  Se mai questo libro può avere una utilità oltre le ricette, dunque, è nella direzione di un ritorno all'antico, a maggior ragione se questo antico è quello che ci ha definiti e che tutto il mondo ci invidia- tranne noi che, evidentemente, lo abbiamo dimenticato. 

Ci vediamo ad Aprile, con il prossimo Starbook!

lunedì 28 febbraio 2022

BREAD AHEAD: TIRIAMO LE SOMME?

 

Due brevi premesse. 

La prima, è che la squadra dello Starbooks - che ha nell'essere squadra uno dei suoi punti di forza- non è mai stata squadra come questa volta. Usciamo particolarmente stanchi dal test di Bread Ahead e questo per aver provato e riprovato le ricette scelte, non solo da ciascuno, ma in molti casi anche dagli altri. Se, alla fine, le disamine sono state così accurate e i giudizi così motivati è per quel lavoro sommerso che si è affinato nel corso degli anni e ci ha permesso di andare avanti con pazienza, distinguendo il buono dal meno buono e garantendo comunque ai nostri lettori gli standard a cui siete abituati.

La seconda è che, indipendentemente dalle singole ricette, fotografie e giudizi inclusi, prima di decidere se uno degli Starbook entri a far parte della vostra biblioteca, bisogna aspettare il Tiriamo le Somme. Un po' perché, come abbiamo sempre detto, non sono le ricette ad una ad una a fare il libro e molto- ma davvero molto- per i nostri interventi in corso d'opera e per le riflessioni che, fino all'ultimo minuto, condividiamo in privato. Un po' come in un libro giallo, insomma, in cui si scopre solo alla fine l'identità dell'assassino, anche se gli indizi vengono disseminati qua e là.

Stavolta, ahinoi, l'assassino era il maggiordomo: il leit motif che ha contraddistinto tutte le nostre prove culinarie, infatti, è stato talmente evidente da rendere quasi inutili queste riflessioni finali. Se Bread Ahead va inteso come testo-base per una scuola di cucina, infatti, questo non funziona, né dal punto di vista della teoria, né dal punto di vista della pratica. A prima vista ha tutto per essere completo, dal repertorio fotografico alla classificazione degli argomenti: i problemi sorgono quando si mettono le mani in pasta e ci si accorge che sarebbe stato meglio indicare la forza della farina o suggerire tempi di lievitazioni più vicini alla realtà o tecniche magari un tantino più complicate, ma di sicura efficacia. 

Ora, se si controlla il precedente volume, quel Baking School che avevamo starbookato qualche tempo fa , l'impostazione era la stessa: la farina indicata era solo quella "per pane", la farina non veniva mai setacciata, le temperature del forno erano un po' approssimative. Eppure, ogni ricetta riusciva perfettamente, tanto che i nostri appunti erano solo note a margine, irrilevanti ai fini della soddisfazione finale. Con Bread Ahead, invece, il margine si è spostato al centro, in un affollarsi di interrogativi, molti dei quali ancora senza risposta. Ovvio che si sia portato a casa il risultato: lo dice lo stesso Jones, nella prefazione, che la panificazione è una faccenda istintiva e di sicuro l'esperienza ci ha indotto a ricorrere a gesti e a trucchi acquisiti negli anni, a cui neppure facciamo più caso. Ma- e questo è un "ma" tutto maiuscolo- mentre Baking School ci ha accompagnato passo passo nel procedimento, spiegando ogni singolo passaggio, Bread Ahead ci ha lasciati da soli, per giunta affidandosi a procedimenti estremamente insidiosi (la tecnica del no-knead, declinata in tante varianti e con tutti gli impasti, anche a quelli a bassa idratazione e ad alto contenuto di grassi) e indicando tempi di lievitazione del tutto insufficienti. 

Il vero punto di forza di questo libro è, semmai, quello editoriale. Veste grafica elegante, immagini chiare, organizzazione dei contenuti perfetta, doverosa e puntuale differenziazione dall'opera precedente: c'è tutto, insomma, per rendere Bread Ahead un prodotto allettante ed è per questo che non ci sentiamo di sconsigliarlo completamente. Se siete sufficientemente esperti di panificazione e volete cimentarvi con qualche nuova ricetta o qualche nuova tecnica, di sicuro qui troverete pane per i vostri denti, letteralmente. Ma se siete alle prime armi o il vostro istinto da fornaio è meno forte di quello che vi spinge a buttar via impasti molli e piatti, allora date retta a noi: lasciate perdere. 

Ci rivediamo a Marzo, con il nuovo Starbook!