lunedì 8 marzo 2021

LO STARBOOK DI MARZO 2021 E'....

 


 Jubilee di Toni Tipton-Martin


Vincitore dei James Beard Awards, nella categoria "Miglior libro di cucina d'America", simbolo del Black Lives Matter e pietra miliare dell'editoria gastronomica della Cucina Afro-Americana, Jubilee è stato IL libro del 2020. 

Tutti ne hanno parlato, tutti gli hanno dedicato pagine di presentazione, i più fortunati hanno anche potuto ospitare qualche intervista con la sua richiestissima autrice, quella Toni Tipton-Martin che, con Jubilee, tocca finalmente la vetta di un percorso iniziato in solitaria molti anni fa, sulle bancarelle dei libri usati. 

Ai tempi, Toni era una giornalista a cui la pelle nera aveva risparmiato molte delle restrizioni e dei soprusi subiti dai suoi coetanei: la sua famiglia, infatti, apparteneva ad una classe sociale elevata, privilegio condiviso con tutti i vicini di casa che abitavano un quartiere bene sulle colline di Los Angeles, fatto di ville e viali alberati, la cui unica diversità, rispetto a tutti gli altri quartieri bene della California, consisteva solo nel colore della pelle dei suoi abitanti. 

Perché sì, ci dice la Tipton-Martin sin dalle prime righe dell'introduzione, le differenze sociali esistevano anche nella popolazione afro-americana, con le stesse ovvie conseguenze che ogni differenza di classe ha, sul tessuto sociale. Quartieri migliori, case migliori, scuole migliori, educazione migliore, laddove il "migliore", negli Stati Uniti della seconda metà del secolo scorso, ha un peso più deciso che altrove  nella determinazione del futuro dei singoli.

Di conseguenza, Toni aveva potuto studiare, scegliere la professione che preferiva (il giornalismo),specializzarsi in gastronomia e nutrizione, scrivere su testate sempre più importanti, fino a diventare la prima donna nera a dirigere un giornale, nel 1991. Michelle Obama la invitò due volte alla Casa Bianca, nel suo programma contro l'obesità, a coronamento di una carriera parallela di conferenze, corsi e programmi televisivi, sempre più legati alla sua fondazione, The Sande Youth Project, che dal 2008 si occupa di educare i bambini e gli adolescenti al mangiar bene. 

A suggellare degnamente cotanta carriera, mancava solo il libro: tuttavia, quando i tempi furono maturi anche per quello, la sorpresa fu grande. Lungi dall'infilarsi nella miniera d'oro dell'editoria salutista, infatti, Toni scelse una strada nuova e, per molto aspetti impopolare: raccontare cioè la cucina afro-americana degli ultimi 200 anni, attraverso i ricettari da lei scovati nei suoi raid fra le bancarelle dell'usato, i meandri più polverosi delle librerie, le ricerche più estenuanti sul web. 

Era il 2016 e tutto quello che si sapeva di cucina afro-americana era stato già detto da Edna Lewis, una sorta di Julia Child nera che, senza avere a disposizione i canali di comunicazione della sua più illustre e più bianca collega, era comunque riuscita nell'impresa di raccogliere tutte le ricette più tipiche della tradizione del suo popolo e, attraverso queste, a raccontarne la storia. Per quanti tentativi fossero stati fatti, negli anni a venire, nessuno era riuscito ad intaccare neppure da lontano la sacralità di quest'opera (su tutti, The Taste of Country Cooking, pubblicato nel 1976 dallo stesso editore della Child)

Edna Lewis rappresentava tutto quello che l'America bianca amava sentire degli Afro-Americani: era nipote di schiavi, era cresciuta in una fattoria, si era trasferita a New York dopo il matrimonio, facendo molti lavori fino a scoprire una vera vocazione alla macchina da cucire: suoi furono gli abiti della collezione Dior per la moglie di Richard Avedon e pare abbia vestito, una volta, anche Marilyn Monroe. Durante una cena a casa sua, un amico le propose di aprire un ristorante e da lì divenne leggenda: tutta la New York di quegli anni prese a frequentare il Café Nicholson (da Marlon Brando a Marlene Dietrich, da Truman Capote a Tennesse Williams, da William Faulkner a Eleanor Roosvelt) e tutti impazzivano per i sapori genuini dell'autentica cucina del Sud che Edna preparava.  I suoi libri altro non furono che la ciliegina sulla torta di una fama conquistata sul campo e rappresentarono il punto più alto mai immaginato dalla tradizione afro-americana, balzata nel giro di pochi anni dagli angusti confini delle cucine domestiche alle ribalte internazionali. 

Osare di attentare a questo patrimonio, insomma, era un atto di hybris inimmaginabile e incomprensibile, come sapeva  benissimo anche la Tipton-Martin che, naturalmente, è una delle tante donne nere con un debito di gratitudine eterno nei confronti della Lewis. 

Eppure, i tempi sono maturi per fare un passo avanti. 

E a farlo, significativamente, non è una cuoca, ma una storica. 

L'unica a poter capire che, per andare avanti, è indispensabile avere il coraggio di guardare indietro. 

E' il 2016 quando, in un'America che crede di aver archiviato il proprio passato con la doppia rielezione di un Presidente nero alla Casa bianca e si avvia alle imminenti presidenziali con la leggerezza di chi ha pagato tutti i suoi debiti, Toni Tipton-Martin pubblica The Jemima Code: non un libro di ricette, ma la storia della cucina afro-americana attraverso 150 libri, più o meno famosi, di altrettanti cuochi. A sintetizzarlo in due righe, sembra niente: a leggerlo, si inizia a capire la portata di questa rivoluzione. Perchè The Jemima Code è non solo quello che mancava (una lettura storica) ma è quello che bisognava che ci fosse, per liberare Edna Lewis dalle maglie dello stereotipo a cui la cultura americana bianca l'aveva già intrappolata. 

Ecco, dunque, la prima rivoluzione della Tipton-Martin: Edna non è un fenomeno, Edna non è nata per caso, Edna non è Brodway, Manhattan, New York: Edna è solo un anello - il più importante, il più compiuto, il più completo- di una catena che va recuperata dall'oscurità del passato e va studiata e tenuta a mente, ogni singolo giorno. Perché dietro ogni ingrediente, dietro ogni ricetta, dietro ogni gesto, c'è una storia, c'è una tradizione, c'è una cultura- e c'è, a maggior ragione, se questa storia, questa tradizione e questa cultura sono state negate. 

Lungi dal passare inosservato, The Jemima Code vinse un James Beard Award ed ebbe gli onori di tutta la critica. Meno del pubblico, come era prevedibile, ma il primo seme era stato piantato. Il secondo, Jubilee, uscì alla fine del 2019 e partì abbastanza in sordina: stavolta, a parlare erano le ricette, selezionate da 200 libri e presentate in modo da dare una visione completa della cucina afro-americana, non solo in una prospettiva storica ma con un taglio anche sociale. Un'altra bella picconata, insomma, per evitare di cadere negli stereotipi della facile compassione, del "povero nero" alla Fausto Leali che tanto successo hanno avuto anche da noi e che invece sono un ostacolo ad una comprensione reale, profonda e consapevole della storia di questo popolo (anzi: di questi popoli) e del male che è stato loro fatto. 

Diciamo subito che il travolgente successo toccato a Jubilee sulla scia del Black Lives Matter ha offuscato- e parecchio- questa lettura, col risultato di ridurlo ad una gara a rifare le sue ricette, per illudersi di pagare facilmente il proprio pegno alla causa. Non si tratta di una novità (su un altro versante, è praticamente quello che è successo ad Ottolenghi), ma è comunque un segnale di come la popolarità comporti spesso una percezione stonata del messaggio originario. 

Ci proviamo noi, qui allo Starbooks, accingendoci di nuovo ad una operazione tardiva ma doverosa affidata, come al solito, alle ricette. L'appuntamento è sempre qui, da domani fino alla fine del mese e ci auguriamo davvero che ci seguiate con la costanza di sempre, perché il piatto, stavolta,è ancora più ricco del solito. 

A domani, con la prima ricetta!



10 commenti:

  1. Che bella introduzione, grazie! Sono curiosissima!

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    1. Grazie per il complimento.. ma è niente, rispetto alla grandezza del libro

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    2. Ho capito, inizio a metterlo nel carrello :D la settimana scorsa mi é arrivato Carpathia, molto interessante

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    3. Ma grande!!! Ti svelerei già come va a finire, ma meglio aspettare i responsi del resto della squadra. Anche perché l'idea vera del contenuto è possibile solo grazie a quello che pubblicheremo a partire da domani.

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    4. Peccato non possa allegare foto, ti farei vedere la mia "biblioteca culinaria", che mi preme dirlo, é in gran parte " colpa vostra" :D vi leggeró come al solito con grande piacere!

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  2. Una OLA a tutto lo Starbooks!!!!!!!
    Ho comprato il libro in versione digitale perché ce lo hai fatto conoscere tu, Ale, la scorsa estate in occasione del Taste the World sulla cucina Gullah Gee-Chee, e mi piace che affrontiate il libro anche qui: merita veramente (non che i precedenti non meritassero, sia chiaro).
    GRAZIE!!!

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    1. P.S.: adesso prendo anche The Jemima Code.

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    2. Sai che io non sono ancora riuscita ad aprirlo? lo avevo preso quest'estate, poi è rimasto a Singapore. Speriamo che non si perda nel trasloco :)

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  3. Presentazione gloriosa e un'avventura socio-gastronomica-culturale ci aspetta! 😋
    E il giorno della Festa della Donna è il momento più azzeccato per introdurla!
    Coincidenza??! 😉

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    1. ci ho pensato dopo. Nello stesso tempo, ho preferito tenere separate le due cose, nel lancio. Ho sempre il timore di non interpretare il pensiero dell'autore. Di sicuro, Jubilee parla molto di donne. Ma è anche tanto, tantissimo di più.

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