venerdì 28 settembre 2018

HOW TO EAT A PEACH: TIRIAMO LE SOMME?




Il miglior Tiriamo le Somme relativo a questo libro è stato scritto da Mapi, qui, e se ancora non aveste letto il suo post, questo è il momento buono per farlo. Nè d'altronde poteva essere diversamente, visto che la Henry è una sua scoperta (qui me la vedo vestita da Pippo Baudo, che dice "l'ho scoperta io!" agitando il parrucchino), dai tempi di A Bird in the Hand: una folgorazione a prima vista, consolidatasi poi con il conforto delle altre Starbookers e delle successive pubblicazioni esaminate qui sopra. 
Se parto con questo incipit non è perchè voglia passare il testimone ma solo per darvi la misura del valore di questa autrice: se ci seguite da un po', saprete tutti che di noi cinque Mapi è il giudice più inflessibile e più rigoroso e una sua nota di apprezzamento è sempre la risultante di un processo di valutazione attento e severo, che tien conto di tutto e a cui nulla sfugge. Definire How to Eat a Peach "preziosissimo", insomma, è qualcosa di più unico che raro, se detto da lei. 
Neanche a dirlo, siamo tutte d'accordo. E non perchè le ricette siano riuscite ma per quella sensazione di armonia e di pace che deriva dalla lettura di un libro che non tradisce le aspettative. 
Come avevo scritto all'inizio, la vera sfida di quest'opera stava tutta nella decisione della sua autrice di spostare il tiro, mirando non più al solito frusto libro di ricette e neppure al genere del memoir, con le ricette che fanno da filo conduttore dei ricordi, di cui Ruth Reichl è l'indiscussa maestra. L'intuizione della Henry combinava semmai questi due filoni (ricette di qui, rimembranze di là), facendoli confluire in uno degli argomenti più ostici da trattare, sia nella pratica che nella teoria, vale a dire i menu. Perchè un conto è raccontare un piatto, un altro è mantenere l'ispirazione su una serie di portate che, ancor prima che dai sentimenti, sono legate fra loro da rigide ed asfittiche regole che poco hanno a che fare con gli accenti di sincera commozione e di pura poesia che costellano le pagine di questo libro. La Henry ci è riuscita, regalandoci un libro vero che si rivolge non tanto a chi è in cerca di ricette, quanto a chi ha fatto del cibo uno dei cardini della propria vita affettiva e uno strumento per comunicare emozioni, al di là delle dosi, delle bilance, di quella cosa orribile che si chiama impiattamento e di tutte le altre aberrazioni che ci tocca subire e che al nostro orecchio suonano stridule e forzate. Con How to Eat a Peach, Diana Henry ci restituisce l'armonia di una sintonia e il conforto di non essere rimasti i soli a pensarla cosi.
E scusate se è poco. 

11 commenti:

  1. Che meraviglia! Oltre ad essere uno dei libri più belli che abbiamo trattato in questi anni, trovo questo tuo consuntivo, la sintesi di quello che penso e ringrazio Mapi per averci aperto le porte alla scoperta di una scrittrice appassionata e sincera che spero potremo seguire ancora a lungo.
    Grazie per questa bellissima recensione.

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  2. Veramente bella questa critica, Alessandra. E brava Mapi, di cui ho dovuto subito rileggere il post! Solo una cosa: mi spiegate perché si chiama cosí il libro ? sicuramente mi sarà sfuggito... grazie e buon fine settimana a tutte!

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    1. Il titolo così particolare lo spiega la Henry nell'introduzione: era in vacanza in Italia e in un ristorante in Toscana i commensali del tavolo accanto al suo, arrivati al dessert, hanno chiesto del vino moscato e delle pesche che hanno sbucciato, tagliato a pezzi e messi nel calice di vino moscato. Le hanno lasciate lì per un po', quindi le hanno consumate e hanno bevuto il vino aromatizzato alla pesca. Dice la Henry: "Non era un piatto complicato, ma era un modo delizioso di concludere un pasto - stagionale, semplice, amorevole e anche un po' magico - e illustrava un approccio al cibo e alla cucina che già comprendevo, ma che non avevo ancora enunciato. Non l'ho mai dimenticato: più che un ricordo, quelle pesche sono diventate il simbolo di che cosa sia il buon cibo".
      Nel libro c'è anche il menù "How to eat a peach", con questo dessert. ;-)

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  3. Caspita Ale, a leggerti si direbbe che essere "la Starbooker cattiva" sia una cosa figa. ^_^ Mi hai fatta arrossire, non ultimo per la reiterata considerazione che la Henry l'avrei fatta scoprire io. In realtà sappiamo tutte come è andata: ognuna di noi propone dei libri da recensire, e io ho avuto la botta di chiulo di incappare, tra i libri da me proposti, nella Henry. Da qui a dire che sia merito mio però ce ne passa: l'abbiamo scoperta tutte insieme, e questo è quanto. ;-)

    Tornando alla tua rece, che ovviamente condivido, ^_^ mi è piaciuta in particolare la conclusione: "La Henry ci è riuscita, regalandoci un libro vero che si rivolge non tanto a chi è in cerca di ricette, quanto a chi ha fatto del cibo uno dei cardini della propria vita affettiva e uno strumento per comunicare emozioni...". Perché è proprio così: le emozioni sono il filo conduttore di questo libro, composto comunque da ricette veramente golose, siano esse semplicissime o complesse da realizzare.

    Grazie a te per questa bella sintesi. <3

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  4. Di libri con ricette ben riuscite e ben studiate se ne trovano. Di libri che emozionano, invece, se ne trovano veramente pochi...
    Grande Ale e grande Mapi!!!

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  5. La Henry mi piacque subito ai tempi del primo libro che esaminammo, e non ringrazierò mai abbastanza Mapi e lo Starbooks per la scoperta.
    Questo ultimo mi ha conquistato piano, non dalla prima occhiata frettolosa alle ricette ma dalla lettura accurata, dall'entrare nello spirito dell'autrice e nel capirne quella che era l'intenzione ultima. Se mi posso permettere, non un libro immediato e non per tutti, ma solo per chi vuole fare quello sforzo, quello step ulteriore dalla mera esecuzione di una ricetta che se non avesse un'anima, come in questo caso, sarebbe solo un elenco di ingredienti combinati a creare reazioni chimiche tra loro :) grazie come sempre, Alessandra!

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  6. Splendido tiriamo le somme per un libro che non passa inosservato... però da ora in poi mi sarà impossibile non pensare a Mapi ogni volta che vedrò Pippo Baudo, sappiatelo 😱😂😍🙏💗

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  7. Che Mapi fosse brava, lo sapevo. Modesta, lo scopro adesso ed è una bella scoperta. Avanti così che non vi batte nessuno!

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  8. Da quando Vi ho scoperto vi adoro. Volevo farvi i complimenti per la vostra passione, la vostra pazienza e il vostro aiuto nella scelta di libri di cucina degni. Grazie a voi ho scoperto Yotam Ottolenghi, Diane Henry, Nigella Lawson, Sabine D’Aubergine, ho finalmente libri degni di cucina nordamericana, inglese ed europea. Volevo farvi due domande. Non sono mai stato un grande amante della cucina troppo orientale. Ma la cucina thailandese esce dal coro e mi incuriosisce assai. Avete un titolo degno? Stesso discorso per la cucina nord europea, scandinava..ho acquistato il libro di Brönte grazie a voi, ed è diventato un must. Altre opzioni? Ancora tante grazie. Marco

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    1. Grazie Marco, questi complimenti ci scaldano il cuore! Mentre la tua richiesta ti espone al pericolo di finire nel tunnel dei libri di cucina, sempre che tu non ci sia già :) E, nel caso, ci possiamo incontrare li :)
      Passo alle tue domande. La cucina thailandese ha effettivamente una sua identità ben definita (mi permetto di aggiungere all'elenco delle cucine del Sud Est asiatico anche quella vietnamita, con delle marcate influenze francesi che la rendono estremamente interessante, al palato e anche all'intelletto, visto che è tutto un richimare sapori e forme nostrane, in chiave orientale). Un buon libro di base è Thailand di Jean Pierre Gabrielle, edito da Phaidon, un editore che ti consiglierei di tener d'occhio anche per il libro dedicato al Grande Nord: sono i migliori sguardi d'insieme alle cucine dei diversi Paesi e permettono di farsi un'idea corretta delle loro caratteristiche: dopodichè, possiamo riaggiornarci per i passi avanti, ma già questi due titoli sono piuttosto impegnativi oltre che bellissimi. Ovviamente, non perderci di vista: abbiamo un autunno pieno di sorprese e un inverno non da meno. E grazie ancora!

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