giovedì 30 ottobre 2014

JAMIE'S COMFORT FOOD: TIRIAMO LE SOMME?



Difficile, eh, stavolta... 
Difficilissimo. 
Perchè quando si ha a che fare con una macchina da guerra che non sbaglia un colpo, come questo spumeggiante ragazzone, valutare una singola opera per le sue singole ricette è una operazione un po' balorda: il rischio è quello di dare un giudizio distorto, magari anche forzato, un po' come succede quando si estrapola una frase dal contesto e si finisce per sostenere che nella Bibbia c'è scritto che "Dio non esiste", dmenticandosi il "dice lo stolto" che vien subito dopo. 
Perché anche Jamie's Comfort Food fa parte di un contesto, essendo l'ultimo tassello di una produzione che n. on conosce requie e che procede sempre nello stesso modo, con un piede che rimarca la sua orma, su un sentiero già battuto e l'altra che esplora una strada nuova. Era successo con i due volumi dedicati ai menu veloci, sta succedendo con le riviste, capita ora anche con quest'ultima avventura editoriale, che vede il suo autore indossare con disinvoltura gli abiti del cantore della cucina mediterranea, sul fronte del consolidamento e togliere le etichette al guardaroba nuovo, in controtendenza con l'ultima moda, tornando a parlare di comfort food, vale a dire di cibo che, vivaddio, torna ad essere un modo per dirci che ci vogliamo bene e non un implacabile mezzo di punizione. 
Sul primo fronte, siamo rimaste un po' deluse. 
Non sorprese, sia chiaro: bastava leggere fra le righe della recensione, che in certi punti suonava a morto, come fosse una "cronaca di una delusione annunciata", da tanto le premesse facevano storcere il naso. E ve lo dice una che è cresciuta a scones e pesto, che ha sempre sostenuto a spada tratta, in tempo non sospetto, la bontà della cucina britannica, che chiama pound cake il pan di Spagna e che colleziona da decenni libri di cucina inglese, dalle prime edizioni della Grigson e della David, alle ristampe della Acton e della Beaton: ma la cucina mediterranea e soprattutto la cucina italiana non può essere compresa a fondo da un Inglese. Ci riesce solo la Roden, che però è un'inglese per finta, più per adozione che per nascita. 
Ma Jamie Oliver no.
E non per colpa sua, ovviamente. 
Il suo amore per le nostre materie prime, per la nostra tradizione, per le nostre ricette ci onora e ci commuove. 
Ma la cucina italiana è una faccenda complicata, esattamente come complicata è la storia del nostro Paese, un groviglio di fili che si incontrano, si incrociano, si ingarbugliano- e poi riprendono il loro percorso, per incontrarsi con altri, subito dopo, e poi incrociarsi e ingarbugliarsi di nuovo: non basterebbe una vita, per ricostruire capillarmente la tradizione gastronomica di una sola regione, figuriamoci dell'intera Penisola, tanto che la questione di una indentità culinaria nazionale è sul tavolo delle discussioni da 150 anni e rischia di rimanerci per altrettanto tempo ancora. 
Padroneggiare la materia, insomma, l'è dura. 
E semplificare una materia che non si padroneggia è operazione insidiosissima. 
Tant'è che c'è cascato pure Jamie, con l'ingenuità un po' goffa di chi si infila in faccende più grandi di lui e le spiattella orgoglioso, convinto di aver capito tutto: ne è risultata una selezione di ricette male interpretate, in certi casi addirittura stonate, distanti dall'intensità degli originali come lo potrebbe essere un karaoke da una sala da concerto. 
Il resto, invece, funziona: e funziona sia nelle sue singole parti (straordinarie le ricette britanniche, geniali quelle di sua invenzione) sia nell'insieme generale, vale a dire nella peculiare interpretazione del cibo data da questo libro, sin dal titolo. 
In un mercato editoriale che si concentra prevalentemente sulle intolleranze, sulle riduzioni, sulle privazioni, a cavallo di una moda che sta spogliando il cibo di ogni componente di piacere, per ridurlo ad uno strumento di punizione, nell'illusorio inseguimento di una eterna giovinezza e nella errata convinzione che la salute si decida solo a tavola e che la dieta sia un concetto esclusivamente alimentare, Jamie Oliver sgancia la bomba del Comfort food. 
Del cibo che coccola. 
Che scalda. 
Che unisce, nella condivisione dell'abbondanza. 
Che dà amore nella misura in cui lo richiede, nel rispetto delle materie prime ma anche della fedeltà alla tradizione, del recupero delle tecniche che sopravvivono grazie all'esistenza di certi ingredienti e che ci connotano nella nostra indentità di esseri sociali, in un ininterrotto passaggio di quel testimone che oggi è in mano a noi e che sta a noi decidere se passare ai nostri figli. 
Jamie Oliver lo ha capito e non è un caso che questo libro esca dopo la fase della cucina veloce, dei menu in 30 e in 15 minuti e dopo i continui viaggi su e giù per il nostro Paese, a contatto con le fonti della nostra tradizione, che siano produttori o cucine delle nonne. 
E chissà che prima o poi non lo si capisca anch noi...

A lunedì prossimo, con il Redone
E alla settimana dopo, per il nuovo Starbook di Novembre!

9 commenti:

  1. Disamina perfetta, Ale.
    Grazie. :-)

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  2. Questo mese in compagnia del Jamie mi è piaciuto, e quindi per quanto mi riguarda il ragazzo è promosso, ma ammetto di non essere per niente obiettiva perché, come ho già scritto più volte, Jamie Oliver lo adoro. Tutte voi bravissime, come sempre... Grazie :-))))) Non vedo l'ora di inzupparmi nel prossimo Starbook <3

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  3. Concordo con la Mapi: disamina perfetta!
    Resta che io sto ragazzo lo amo! E lo dico con gli occhi a cuoricino!
    Sono già in moto per il Redone! Ci vediamo prestisssssimo! :))

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  4. ecco, non avrei saputo dirlo meglio! ;)

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  5. Come lo dice Ale, nessuno ;)
    Spero che qualcuno traduca il post al diretto interessato!

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  6. Ale, riesci sempre a centrare il punto...!!!

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  7. accidenti! lo dico senza pudore: invidio la tua penna, pardon, la tua tastiera!

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  8. Concordo con ogni parola..ed ogni virgola! =)

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  9. Non c'è una virgola fuori posto....:-)

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