martedì 2 aprile 2019

INTERVISTA A BRONTE AURELL


Brontë Aurell  è una delle food writers più amate, allo Starbooks. 
I suoi libri sono molto più di una collezione di infallibili ricette o di splendide fotografie: le loro pagine hanno il profumo del pane appena sfornato e delle spezie di un Grande Nord che, grazie a lei, possiamo guardare dai vetri un po' appannati dal calore della sua casa, con il conforto di chi sta ascoltando non una scrittrice lontana, ma una amica vicina, pronta a condividere il suo sapere con la generosità e lo slancio delle amiche vere. E se poi capita di incontrarla dietro al banco del suo negozio a Londra, come è successo al nostro Biagio, ecco che la chiacchierata diventa reale, prendendo la forma dell intervista che pubblichiamo qui oggi, con l emozione della prima volta.
A Biagio tutta la nostra ammirazione, perché uno scoop del genere non poteva che capitare ad un conoscitore esperto come lui. e a Bronte il nostro più grande grazie per averci dedicato il suo tempo è averlo fatto in questo modo.




Da sempre ho una passione incondizionata per la cucina nordica: scandinava, polacca, ungherese, russa, eccetera. 
Un po’ per esperienze personali, vissute in alcuni dei paesi del Nord Europa, un po’ per questioni inspiegabili: sono sempre piuttosto misteriose le ragioni che spingono un siciliano ad entusiasmarsi verso culture diametralmente opposte.  
Quando ho cominciato a sfogliare i libri di cucina di Brontë Aurell, mi ci sono subito affezionato e ho cominciato a fare veramente una marea di ricette. Passavo il tempo a leggere, anche prima di dormire, come se fosse un romanzo: un vero e proprio divertimento, al punto da voler imparare di più le lingue e le culture scandinave.
Un giorno ho deciso fare un’azione temeraria: ho scritto a Brontë Aurell in persona, come un adolescente scriverebbe al cantante pop di cui conosce tutte le canzoni a memoria. 
Informandola che sarei passato da Londra per lavoro, per pochissimi giorni, le ho chiesto di poterla conoscere, di visitare il suo ScandiKitchen Bar, e se potevo intervistarla.
La risposta è subito stata positiva e me ne sono rallegrato moltissimo.
Potete immaginarlo. Non stavo più nella pelle.
Raccontare del nostro incontro non è certamente cosa semplice, né riassumibile in poche linee. Abbiamo dialogato di tante cose in comune: la famiglia, il lavoro, l’essere espatriati, le tradizioni natalizie, i pistacchi di Bronte...
Le ho regalato delle creme di bellezza brasiliane, ottenute da frutta amazzonica.
Alla fine ci siamo abbracciati come fratelli che si sono rincontrati dopo molto tempo. E a Brontë, preoccupata per i germi del suo forte raffreddore, devo dichiarare che non ho preso nessuna influenza e che ho adorato la cioccolata con liquirizia, che ha voluto donarmi come pensierino di Natale. 



BDA.
Ciao Brontë!
Ciò che mi sembra interessante nella tua cucina nordica è questo tuo modo amichevole, da comfort-food, o come si dice in Scandinavia, con termini quasi intraducibili, “fika” e “hygge”. Mi sembra che traspaia, dai tuoi libri di cucina, l’idea di un ritorno alla tradizione. Ti pare che dal punto di vista culinario, la Scandinavia sia questa cultura del passato che si rinnova costantemente nel moderno? Come si integrano nella cucina la tua tradizione personale e le esigenze e le mode del mercato contemporaneo ?

BA:
Ciao Biagio!
Bella domanda! In tutta onestà, non ci ho pensato su troppo. I libri erano semplici perché volevo solo annotare le pietanze che cucinavo. Le mie figlie (Astrid ed Elsa, BDA) sono nate nel Regno Unito e come genitore sento la responsabilità di insegnare loro il nostro patrimonio culinario. I libri sono stati pensati perché, se Astrid ed Elsa dovessero un giorno trasferirsi in Scandinavia, potessero avere un’idea di come fare (o di come si facevano) certi piatti. Credo di aver sempre pensato a loro, prima che il “business” lo avesse, in qualche modo, reso effettivo.
Senza dubbio, il cibo scandinavo si evolve, continuamente, come qualsiasi altra cultura alimentare. Ritengo che, come emigrante, lo percepisco più chiaramente, perché non ci sono “dentro”, immersa, ma lo vedo oggettivamente - in certe questioni – proprio perché sono all'estero. Non voglio comunque perdere il nesso con ciò che è antico, tradizionale, pur continuando, naturalmente, ad andare avanti.


BDA:
So che di recente hai realizzato un bellissimo viaggio all’estremo nord dell’Europa, a Reykjavik e dintorni. Nei tuoi libri, tutti dedicati alla cucina scandinava, ci sono pochissimi accenni all’Islanda. Eppure, la cucina islandese è una cucina che sta prendendo piede ultimamente. Lo si vede da alcuni nuovi libri che sono stati pubblicati da recente. Pensi di dedicarti anche ad essa, esplorando la cucina islandese?

BA:
L’Islanda non è Scandinavia, ma fa parte del Nord. Lo stesso vale per la Finlandia. Posso riferirmi molto bene alle cucine della Svezia, della Norvegia e della Danimarca perché io sono danese, mio marito e le mie figlie sono svedesi e ho trascorso un bel po’ di tempo in Norvegia. Con i libri e le cucine tradizionali, specialmente quando si cerca di salvaguardare la storia dell’alimentazione, spesso è stato meglio lasciarla a coloro che realmente ne capiscono. L'appropriazione culturale, beh, è certamente una cosa molto buona, ma autentica, spesso, non lo è. Forse farò qualche ricetta islandese, ma ad essere sinceri, molti dolci islandesi sono comunque simili a quelli danesi e norvegesi, dato che abbiamo un consistente patrimonio che condividiamo. Mi ha fatto certo piacere vedere tutti i miei libri in vendita in Islanda, anche se un po’ sorpresa. Piacevolmente sorpresa.

BDA:
Esulando un poco dalla culinaria, cosa vuol dire aprire un bar scandinavo in un luogo multietnico e multiculturale, uno dei realmente pochissimi al mondo, come Londra ?

BA:
La vera ragione per lo “ScandiKitchen” è profondamente affettiva: io e Jonas volevamo lavorare insieme e fare famiglia. È questo, nulla di più. Ci piaceva ed avevamo nostalgia della cucina scandinava. All’inizio la nostra idea era che fosse solo un bar piccolo, e invece è diventato il più grande importatore di cibo scandinavo nel Regno Unito. Ne siamo veramente molto orgogliosi. I libri invece sono “accaduti”, in maniera organica, lungo tutto questo percorso.
Vivere a Londra è molto emozionante. La amiamo. Ma la vita qui è estremamente difficile ed è una lotta costante, ed è duro lavorare per rimanere a galla.
Se non l’amassimo, ci saremmo fermati. Ma finché ce la faremo, continueremo. Abbiamo il privilegio che le persone vogliano visitarci e parlare con noi e mangiare il nostro cibo.

BDA:
Cosa fai nel tempo libero, quando non lavori allo Scandikitchen? Che spazio occupano la famiglia e le tue figlie? 

BA:
Casa nostra è il nostro castello. Cerchiamo di lasciare il lavoro fuori di casa, malgrado non sia sempre possibile. Dedichiamo del tempo per ritornare in Scandinavia e visitare posti nuovi. Le mie figlie stanno crescendo e allora possiamo fare cose diverse, dall’approfittare dell’offerta culturale di Londra a provare nuovi cibi, per tenersi in forma e in salute, insieme. Insegno loro a far da mangiare: io imparo da loro e loro da me. Lavoriamo bene insieme, formiamo un’unità e siamo felici qui nel nostro piccolo nido. Certo, nulla è perfetto, e la vita non lo è – ma noi cerchiamo di apprezzare la nostra fortuna e la nostra felicità mentre ci sono. La vita accade mentre sei occupato a fare altri piani, come dicono gli intelligenti, quindi cerchiamo di fare “hygge” (l’ormai famoso concetto culturale danese, N.d.T.), cioè fare delle cose semplici che fanno stare bene, creando un ambiente accogliente dove stare insieme e godere dei piaceri quotidiani che la vita offre.
Qualche giorno fa, qualcuno parlava di persone e di “liste del desiderio” – si stava riferendo a coloro che prendono nota di tutte le cose che vogliono fare prima di morire. A un certo punto questa persona si chiede: ma perché farlo? Se ti dicono che morirai domani, nessuno salirà sull'Everest o salterà da un aereo in quell'ultimo giorno. No, lo trascorreranno con la loro famiglia, amandosi e mangiando del buon cibo. Questo è vivere!
Quindi, penso: viviamo così il più possibile! Come se fosse l'ultimo giorno. Ama di più, preoccupati di meno. E, naturalmente, se ti capita di andare sull’Everest, facci un salto.

BDA:
Sono certo che ti piaccia la cucina italiana. Quale piatto italiano ti piace maggiormente? E per finire, qual è la tua ricetta – ancora non pubblicata – preferita ?

BA:
Adoro la cucina italiana e adoro l’Italia. Ho sempre desiderato vivere in Italia ma il mio italiano è talmente modesto che probabilmente non sarebbe sufficiente per viverci. Inoltre, se vivessi là, diventerei grassa come una balena.  Il mio amore estremo per l’ordine e per le regole – essendo scandinava –  probabilmente farebbe si che non avessi successo!
La mia memoria culinaria preferita dell’Italia è quando andavo a Procida per scrivere. Per conto mio. Ero solita stare in una pensione sulla cima di una collina, con un giardino che si affacciava sulla baia azzurra. Tutt’intorno degli alberi di limoni. Amavo stare seduta là, di mattina, osservando le barche navigare su e giù per il mare, senza ascoltare il rumore di nessuna macchina, nessun frastuono. Il ragazzo che gestiva la pensione era molto gentile - è stato la controfigura di Massimo Troisi ne Il Postino (quando è purtroppo mancato, a metà delle riprese). Questo paesaggio rendeva tutto più speciale, e Il Postino è girato in parte a Procida (ed è uno dei miei film preferiti in assoluto). Sedersi in un ristorante locale a mangiare spaghetti alle vongole con solo un filo d’olio era come essere in paradiso. I buoni prodotti non hanno bisogno di nient'altro. Ho mangiato una torta lì - non ho mai scoperto come si chiamasse, ma era talmente piena di cioccolato e con tante nocciole, che sapeva di cose divine, da paradiso. Forse c’erano anche delle castagne, non ricordo. Uno dei miei migliori pasti, in uno dei posti migliori che abbia mai visto. Nei miei sogni, torno a Procida.

E poi c'è Napoli stessa. Ho incontrato un tipo strano lì che stava facendo un Master in Filosofia (e passava molto del suo tempo a riflettere su grandi questioni), ma passava tutta la sua giornata ad ascoltare jazz classico. Ha avuto pietà di me, cercando di conquistarmi sul luogo, e con un amore condiviso per il cibo, siamo andati in tutti i piccoli posti di Napoli per assaggiare il miglior cibo. Non riuscirei a dirti il nome di nessuno di questi posti, ma posso dirti che è stato una delle esperienze culinarie più indimenticabili della mia vita.

Abitavo nella parte italiana di Londra, chiamata Clerkenwell. Il mio era un vecchio appartamento all'ultimo piano, vicino alla Chiesa italiana. Il più antico ristorante italiano era al pianterreno (“Terroni”, che proponeva cibo del sud Italia), mentre lungo la strada c’era “Gazzano’s”, che proponeva roba del Nord. Questa zona è dove gli italiani si stabilirono quando arrivarono a Londra alla fine del 1800. Ogni estate partecipiamo del festival italiano, della processione, e mangiamo e beviamo, approfittando così del patrimonio culinario italiano.
Non riesco a fare il nome di un piatto che sia il piatto migliore. Ma faccio un ragù, cattivo. La mia pasta fatta in casa invece supera la prova. Ma non è abbastanza per scrivere un intero libro di ricette!

BDA:
Come sai a novembre ScandikitchenChristmas è stato libro del mese del blog “Starbooks”. Il libro è stato molto apprezzato. Come hai scelto le ricette? Che messaggio volevi dare al lettore? Che ruolo ha avuto il food styling ? Qualche aneddoto?

BA:
Ancora una volta, sinceramente, ho fatto tutto per le mie figlie. Non volevo includere cose che non avrebbero mai cucinato - anche perché qui non ci sono carré di agnello essiccato, né stoccafisso marinato nella soda caustica (il lutefisk). Ho messo solo il cibo che mangeremmo effettivamente. Nulla di troppo complicato.

Sul “food styling”: sono molto fortunata a lavorare con una squadra straordinaria. La mia “food stylist” si chiama Kathy Kordalis, proprio un’esperta in materia. Il fotografo è Pete Cassidy: con lui il cibo prende vita! fa Non potrei mai fare da sola quello che fanno. Sono veramente molto fortunata.

BDA:
Lasciando da parte, per un attimo, la culinaria… Come vedi la questione dell’emigrazione e degli espatriati, e oggi la questione Brexit ?

BA:
“Brexit” è una cosa terribile. Ha causato così tanto dolore, rabbia e preoccupazione per noi - e per noi intendo i 3,5 milioni di cittadini dell'UE che vivono qui. La maggior parte di noi non si sente più come prima, come a casa propria. È orribile pensare come sia cambiato tutto in pochi anni. Ma noi adoriamo il Regno Unito e siamo qui per rimanere e per farcela. Quindi stiamo a vedere.

Nessuno sa cosa porterà il futuro, ma abitiamo qui, la nostra vita è tutta qui. Vedremo cosa accadrà dopo il 29 marzo - speriamo ancora in un miracolo, che possa essere fermato, ma non lo credo più. Dovremo solo fare del nostro meglio.

Comunque, in entrambi i casi, la storia ci insegna molte cose. È un ciclo di eventi e siamo su un treno che non abbiamo il potere di fermare. Affrontiamo la giornata facendo una cosa per volta. Cerchiamo di non concentrarci sulla scalata delle montagne, ma godiamo semplicemente ciò che abbiamo nel presente. La vita è la prova generale per uno spettacolo di cui non ci sarà mai la prima, quindi viviamola divertendoci. E mangiando.

BDA: THANKS – GRAZIE - TAK !!!

BA: (in italiano) Prego.

Biagio D'Angelo - Glogg the Blog