giovedì 31 gennaio 2019

SIMPLE, YOTAM OTTOLENGHI: TIRIAMO LE SOMME?





Due premesse

La prima è che un libro di cucina non si giudica solo dalla buona riuscita delle ricette. Lo abbiamo visto e detto molte volte, sollevando in qualche caso anche un po' di dissenso, ma è così: per quanto si possa amare un autore e ci si possa beare del successo di un panino con i wurstel o di una insalata mista, ci vuol altro per decretare il valore di un'opera. 
La seconda è che dai fuoriclasse ci si aspetta sempre una prestazione all'altezza della loro fama. E' una regola non scritta, forse nemmeno troppo giusta (anche i fuoriclasse piangono :) ma di cui siamo tutti vittime. Tanto che le performance che normalmente soddisfano vengono recepite con una punta di insoddisfazione se a proporle sono quei personaggi che appaiono all'orizzonte poche volte nella vita, dotati di capacità e carisma fuori dal comune. E' il motivo per cui nel corso degli anni non si sono perdonate partite opache a Maradona, stonature a Mina, interpretazioni scialbe a Gassman e via dicendo: le aspettative sono sempre altissime e, di volta in volta, si alza l'asticella, quasi che il loro destino non sia solo quello di farci scoprire emozioni nuove, ma di emozionarci via via di più. E guai se così non accade. 
"Guai", dunque, sono quelli che si profilano all'orizzonte di questo Tiriamo le Somme: perchè a dispetto della trafila delle ricette promosse e dei commenti oggettivamente positivi, Simple è il primo vero passo falso di Yotam Ottolenghi. Fatto con lo stile, la maestria e il mestiere del nostro- il che rende impossibile definirlo un brutto libro. Ma, lasciatecelo dire, da Ottolenghi ci aspettiamo ben di più che una serie di ricette già viste. 
A sua discolpa, va riconosciuto che il suo approccio al cibo , quella gioiosa contaminazione di ingredienti e di tradizioni che lo ha reso unico e riconoscibile nell'affollato panorama dei  food-writer, è ormai patrimonio dell'umanità.  C'è chi lo fa sorreggendosi su anni di esperienza e di studio (una su tutti, Diana Henry), chi ama il rischio e si avventura più incoscientemente su sentieri inesplorati, chi infine nasconde dietro l'Ottolenghi style i peggiori svuota sfrigo della storia: di fatto, comunque, accostare note agrumate a carni scipite e rinvigorire pietanze con  miscele di spezie dai nomi da Mille e Una Notte è oggi  la regola e non l'eccezione. 
Per cui, ci fa pure un po' pena, il povero Yotam, che immaginiamo di fronte a pagine bianche, mentre si arrovella le meningi al pensiero di cosa diamine scrivere di veramente "ottolenghiano" che non sia già stato scritto da altri. Nello stesso tempo, Ottolenghi è uno e uno solo- ed è il vero interpete della cucina del Terzo Millennio, colui che ha saputo raccogliere la multiculturalità di una cucina ontologicamente multietnica come quella britannica per conferirle quella consapevolezza che prima le mancava (molte delle ricette tanto osannate nel nostro si trovano già nei primi libri di Nigella Lawson, per dire) e quel coraggio di guardare ad Oriente, superando i limiti della cucina di casa (come accaduto con Claudia Roden) per aprirsi a sperimentazioni nuove e, nel contempo accessibili. 
Una declinazione della cucina semplice, leit motif di questi anni, in salsa ottolenghiana poteva essere quindi un capitolo interessante della sua produzione, per quanto la semplicità, intesa nel senso contemporaneo che coniuga le istanze salutistiche con la scarsità del tempo a disposizione, fosse già una cifra della sua cucina: se pensate alle sue prime opere, The Cookbook, Plenty e Plenty More, verrete travolti proprio da questo messaggio, dato di nuovo in anticipo sui tempi, da vero pioniere quale Ottolenghi è- o è stato. 
Simple, per contro, sembra un bel libro dell'ultimo Jamie Oliver: tante buone idee, ma nessuna illuminazione, per dirla in breve. Un libro come tanti, insomma, a dispetto degli Osanna con cui è stato accolto e che lo accompagneranno anche nelle edizioni italiane, visto che ha tutte le carte in regola per piacere al nostro pubblico. Ma a noi, che dalla nostra torre d'avorio scrutiamo il vasto mare dell'editoria mondiale, è piaciuto molto di meno. 
Che non significa, come ho detto, che sia un brutto lavoro. 
Ma Ottolenghi è un'altra cosa.  

6 commenti:

  1. Niente da dire, Alessandra. Sei una poetessa. E, come ben sai, sono pienamente d'accordo con il tuo giudizio. Ma tu vai oltre.
    Osanna a te!
    Ciao, bacioni.

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  2. Rimane l'amaro in bocca, un po', a chi sa cosa sappia fare e di cosa sia capace Yotam Ottolenghi: d'altronde il rischio di farla "simple" era altissimo, e quasi impossibile farlo senza perdere parte del suo tocco, omologandosi a sapori e ricette già viste.
    Poi per carità, i piatti sono buoni, qualcuno buonissimo, sicuramente semplici: i detrattori dell'Ottolenghi classico, quelli del "oddio quanti ingredienti" "oddio dove li trovo" "oddio quanto lavoro" saranno contenti :)

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  3. Veramente.....quando ho letto la presentazione del libro in uscita, me lo sono immaginata come il "Bignami" di Ottolenghi. Non mi aspettavo nessun pezzo da novanta, ma proprio la semplificazione di ricette dei libri precedenti,fatte e rifatte molte volte con sommo piacere. L'idea mi sorrideva, perché quando il tempo è poco, non sono proprio le sue ricette le prime che si considerano dato che ci vogliono 20 minuti solo per andare a caccia, per tutta la cucina, alla ricerca delle spezie che sai di avere e non ricordi dove hai messo.
    Non sono delusa perché era quello che mi aspettavo, però credo sia giusto concedergli una sola uscita sotto tono, in attesa di un nuovo libro che ci sorprende di nuovo.
    Comunque sintesi sempre calzante.
    Complimenti




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  4. Sorprenda..scusate lo svarione

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  5. Insomma, anche i grandi dovrebbero prendersi delle pause sometimes.
    Bellissima rece, mi trovo d'accordo completamente.

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  6. Recensione impeccabile....ad ogni modo non è questo il libro che ho comprato questo mese. Baci :*

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